Il forte ridotto a pezzi e la memoria dannata del martiri del '99

di Vittorio Del Tufo

«In quel punto s'intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l'aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza» (Alexandre Dumas, I Borbone di Napoli).

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Le pietre ci guardano dal passato, e invadono la nostra memoria. Vi sono luoghi che nonostante il degrado, l'abbandono, l'incuria, conservano un potere evocativo fortissimo, perché raccontano la nostra storia, la storia dei nostri padri. Il forte di Vigliena, distrutto il 13 giugno 1799 dall'esplosione così mirabilmente descritta da Alexandre Dumas, è uno di questi luoghi. Dell'antica fortezza sul mare, sorta per volere del viceré spagnolo Juan Manuel Fernandes Pacheco, marchese di Vigliena, nel 1702, e teatro di una delle pagine più sanguinose della storia di Napoli, non resta che una discarica di rifiuti. Un tragico ammasso di passato tra le cui mura diroccate fu scritto uno dei capitoli più dolorosi della rivoluzione napoletana del 1799.

Il 13 giugno 1799 il forte saltò in aria. A dare fuoco alle polveri fu un sacerdote di Corigliano Calabro, Antonio Toscano. Con altri centocinquanta uomini della legione calabra difendeva uno degli ultimi baluardi della Repubblica Partenopea dalle truppe sanfediste del cardinale Ruffo. La Storia, quel giorno, si mise a correre vorticosamente. Quando i repubblicani, accerchiati, capirono che ogni difesa era vana, che il fortilizio era perduto, scelsero di morire da eroi.

«Cosicché il prete Toscano di Cosenza, capo del presidio, reggendosi a fatica perché in più parti trafitto, avvicinatosi alla polveriera, ed invocando Dio e la libertà, getta il fuoco nella polvere, e ad un istante con iscoppio terribile muoiono quanti erano tra quelle mura» (Pietro Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825). Al boato scampò un solo repubblicano, un certo Fabiani, che fece in tempo a gettarsi a mare prima dello scoppio. Quel giorno morirono in tanti, morirono sia i vincitori che i vinti; la distruzione della fortezza, il presidio più a sud della città, aprì la strada all'ultimo assalto dei battaglioni sanfedisti, quello al Castello del Carmine, che segnò l'epilogo della Repubblica napoletana.

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Le pietre parlano, dovremmo imparare ad ascoltarle. Dell'antico forte di Vigliena - di forma pentagonale, circondato da un fossato largo nove metri - oggi sono visibili solo alcuni resti, in via Marina dei Gigli (ex stradone Vigliena). Come il vicino Castello del Carmine, le cui torri fungono da spartitraffico lungo via Marina, versa in condizioni di totale abbandono. Le uniche presenze vive sono i serpenti che circolano indisturbati. E i tossicodipendenti che vengono a bucarsi. Ingloriosa fine per un edificio che nel 1891 fu proclamato monumento nazionale. Da molti anni si parla della realizzazione di un parco archeologico. Da molti anni le chiacchiere fluttuano nell'area.

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Narra la leggenda che nel 390 dopo Cristo la figlia del grande imperatore romano Teodosio fece erigere presso la sua villa di contrada Pazzigno, nella zona orientale di Neapolis, una colonna in onore degli imperatori Valentiniano, di suo padre Teodosio e del figlio di quest'ultimo Arcadio. E poiché attorno a questa colonna cominciarono a svolgersi grandi feste, e lussuriosi banchetti cui partecipava il fior fiore delle famiglie nobiliari dell'epoca, l'intera zona venne chiamata ad Theodociam, termine che con il tempo si sarebbe poi trasformato in Teduccio.
La memoria di San Giovanni a Teduccio è testarda. Sopravvive a secoli di dominazioni, contaminazioni, speculazioni e trasformazioni urbanistiche. Che hanno cambiato la faccia del quartiere ma non estirpato le sue radici, la sua antica nobiltà. Tracce di questa nobiltà, di questo leggendario passato furono individuate proprio nella zona dove sorgeva, in età tardo imperiale, la villa di Teodosia. Qui, nell'attuale rione Pazzigno, venne ritrovata durante alcuni scavi archeologici una pietra miliare, risalente forse al IV secolo d.C., che serviva per segnare il quarto miglio da Napoli.

Sull'origine del toponimo di San Giovanni a Teduccio si sono sbizzarriti nel corso dei secoli studiosi del calibro di Giovanni Pontano e Pietro Summonte. Di «Teduccio» si è detto, ma perché «San Giovanni»? Il nome viene fatto risalire alla straordinaria avventura di un gruppo di pescatori, nella cui rete restò incagliata assieme ai pesci - siamo nel sesto secolo dopo Cristo - anche una statua di marmo raffigurante San Giovanni Battista. Secondo la leggenda la statua era talmente pesante che i pescatori faticarono non poco per issarla a bordo. Riuscirono però a raggiungere la riva, presso la spiaggia di Vigliena, e cedettero la statua ad alcuni popolani, i quali la trasportarono lì dove oggi sorge la parrocchia centrale di San Giovanni. Fu così che venne edificata un'edicola dedicata al santo, che da allora divenne oggetto di devozione da parte di tutti gli abitanti della contrada.
Leggende. Memorie collettive. Quel che è certo è che il quartiere anticamente era bagnato dalle acque di un fiume anch'esso leggendario, il Sebeto, e che per questo la zona di San Giovanni a Teduccio - è più precisamente il territorio da piazza del Carmine fino all'antico casale di San Giovanni - era chiamata territorium plagense parte foris fluivam.

Occorre un enorme sforzo di immaginazione per immergersi nel passato «acquatico» di San Giovanni. Nelle paludi di quel quartiere i fusari maceravano la canapa. Sulle rive del mitico Sebeto, glorificate da poeti come Jacopo Sannazaro, vi erano numerosi mulini e verso la voce un ponte, che divenne noto col nome di Pons Paludis. Anche il grande Giovanni Boccaccio, che visse a Napoli alcuni anni, parlò di un «ruscello senza nome che dalle pendici del monte Vesuvio, attraversando le paludi, sgorga nel mare presso Napoli...».

Sì, a San Giovanni il passato è testardo. E rivive nei meravigliosi palazzi costruiti dai nobili napoletani che, sotto il regno di Carlo III di Borbone, scelsero di villeggiare accanto alla Reggia di Portici e a poca distanza dalle città perdute (e riemerse) di Pompei ed Ercolano. Era il 1738 quando Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, sua moglie, scelsero Portici per costruire una nuova reggia e per dare inizio agli scavi della città romana di Herculaneum. Ecco così materializzarsi una lunga ed emozionante sequenza di dimore da favola, costruite tra le campagne e la costa e progettate dalle archistar dell'epoca come Vanvitelli e Sanfelice. C'è stato un tempo in cui a meritare l'appellativo di Miglio d'Oro era solo il tratto di strada rettilineo tra Ercolano, e Torre del Greco la cui lunghezza misurava esattamente un miglio secondo il sistema di unità di misura in uso nella prima metà del Settecento. Poi la definizione è sfumata, e per finalità di promozione turistica (e di sviluppo territoriale) si è scelto di estendere il concetto di Miglio d'Oro anche ai comuni di Portici e di San Giorgio a Cremano. Undici delle 122 Ville Vesuviane del 700 sorgono nell'area di San Giovanni a Teduccio; non le più importanti, e forse nemmeno tra le più belle. Testimonianze mute, tuttavia, di un'epoca di fasti e gloria che oggi rivive nei portali in piperno di Villa Vignola, raffigurata anche nella Mappa del Duca di Noja, o nell'androne e negli ornamenti in stucco di Villa Papa, o, ancora, nella doppia esedra di Villa Faraone.

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Le pietre ci guardano dal passato, e i ruderi raccontano la Storia. Nelle antiche officine borboniche è stato allestito il Museo ferroviario nazionale di Pietrarsa, il più importante dItalia e tra i primi d'Europa (l'antico sito di Pietra Bianca venne chiamato Pietrarsa dopo l'eruzione del Vesuvio del 1631, che ricoprì la zona di lava). Anche le ville vesuviane, quelle del Miglio d'Oro, sono al centro di progetti di recupero più o meno ambiziosi. Il forte di Vigliena, invece, è memoria che cade a pezzi, è Storia ridotta in polvere. Lungo i binari della memoria avanza solo l'abbandono.
 
Lunedì 16 Luglio 2018, 11:56
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2 di 2 commenti presenti
2018-07-18 20:00:48
Complimenti per l'articolo.
2018-09-10 19:34:17
Desidero ricordare all'articolista che il prete Antonio Toscano era ancora un seminarista, non essendo ancora stato ordinato.

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