Caso Casalino, M5S e la sindrome dell'assedio: grand commis tutti col Carroccio

Domenica 23 Settembre 2018 di Marco Conti

«Una montatura, creata ad arte per tentare di svuotare il reddito di cittadinanza». I Cinquestelle fanno quadrato e difendono Rocco Casalino dalla pioggia di attacchi che arrivano sul governo per una presunta volontà, rivelata dal portavoce, di far fuori il prossimo anno tutti i tecnici del Mef che starebbero ostacolando la riforma.

A palazzo Chigi l'allarme scatta di prima mattina, ma la precisazione dello stesso Casalino non riesce ad arginare la sollevazione che parte proprio da via XX Settembre. Il ministro dell'Economia Giovanni Tria ribadisce piena fiducia ai suoi collaboratori e lo mette per iscritto, ma tocca poi al presidente del Consiglio difenderlo a spada tratta. Così fanno poco dopo il presidente della Camera Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Appena sceso dall'aereo tocca però a Luigi Di Maio prendere carta e penna scrivendo una lettera ai parlamentari in modo da spegnere subito il dibattito interno che da qualche tempo ha messo sulla graticola proprio il meccanismo di comunicazione del Movimento. Illuminante il post scritto ieri dalla senatrice pentastellata Elena Fattori: «Il problema dello strapotere di chi si occupa di comunicazione nel M5S non è di Rocco Casalino o chi per lui, è di chi questo grande potere glielo lascia. E su questo - scrive la Fattori - occorrerebbe interrogarsi come molti di noi stanno chiedendo da anni».
 
Di Maio è però convinto ci sia in corso un attacco preciso perchè «hanno capito che, colpendo la comunicazione, rallentano la nostra avanzata». Non solo. Di Maio nel contestare «i moralizzatori», tira in ballo i portavoce che farebbero come Casalino, non solo di Renzi o Berlusconi, ma dello stesso Salvini che in mattinata non si era particolarmente speso nella difesa dei guai dell'alleato. «Attaccano noi e non la Lega», sostiene Di Maio dando corpo alle voci che nel Movimento circolano rispetto ad un passaggio con il Carroccio dello stesso Tria che «ha i soldi per la Fornero, per la flat-tax e fatica a trovarli per il reddito». Malignità di un senatore pentastellato che rivelano però un clima di maggior favore che al Mef si percepisce nei confronti degli interlocutori leghisti piuttosto che l'aggressività, a volte controproducente, della sottosegretaria Laura Castelli. Difendere Casalino significa per Di Maio difendere la narrazione risultata vincente il 4 marzo e che ora rischia, a suo giudizio, di perdersi nei labirinti della tecnocrazia costruiti da «servitori dei partiti e non dello Stato». Un conflitto tra narrazione e numeri, tra narrazione e sottigliezze giuridiche che, Di Maio per il reddito di cittadinanza e Salvini per il decreto sicurezza, pensano di risolvere saltando ora il Mef ora la Consulta. D'altra parte lo scontro tra la politica e la burocrazia non è una cosa nuova specie in vista della manovra di bilancio. L'audio di Casalino più che svelare uno scontro, peraltro già ampiamente noto e che riguarda anche il titolare del Mef, certifica però una sorta di impotenza da parte del M5S che rimanda la resa dei conti ad un futuro nel quale il Movimento, incassata la sconfitta, sarebbe pronto ad addossare ad altri la mancata realizzazione delle promesse elettorali.

«Dov'è il potere?» o «dov'è il volante?». Domande che ogni premier si è fatto il giorno dopo l'arrivo a palazzo Chigi. Di Maio e i Cinquestelle sono alle prese con lo stesso quesito. Temono di finire nelle maglie di una burocrazia pronta a serbare la continuità e che, giocando sulla scarsa levatura di molti esponenti del governo, provano a dominarli. Non siamo all'evocazione del «regime partitocratico» di Marco Pannella, o al bavaglio di Emma Bonino, perché il M5S ora governa il Paese e i grandi canali di comunicazione, Rai compresa. Ma difendere Casalino significa proteggere quel sistema di comunicazione risultato vincente, che parte dalla Casaleggio Associati, passa per la piattaforma Rousseau e arriva su twitter come sulle pagine Facebook. Un flusso di contenuti, like, accuse, sentiti dire e fake news che nel M5S si considera potente baluardo da difendere a tutti i costi.

Ma se il genere giornalistico del retroscena ne esce alla grande, visto che da giorni si scrive della tensione M5S-Mef, ne esce meno bene la capacità del Movimento di saper lavorare con le istituzioni. Basti sapere che nel governo Berlusconi, l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, costruiva con estrema cura le riunioni di preconsiglio e altrettanto faceva Graziano Delrio nel governo Renzi. Un punto di incontro tra politica e tecnocrazia fondamentale che l'attuale governo sembra non aver ancora scoperto.

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