Sì alle grate, la scossa che serviva alla città immobile

Martedì 5 Febbraio 2019 di Vittorio Del Tufo
Dobbiamo essere grati al Tar, perché ha dato la sveglia a tutti. Eravamo convinti di sognare, in effetti. Negli ultimi mesi la città è stata attraversata da un dibattito surreale: ovvero se fosse giusto, o meno, bloccare la realizzazione di un'opera dai tempi biblici - la Linea 6 del metrò - a causa di una grata di pochi metri quadrati da installare a ridosso della basilica di San Francesco di Paola, in piazza Plebiscito. Al grido di «no alla griglia» numerose associazioni erano scese in piazza per manifestare contro quello che ritenevano, e probabilmente ritengono, «uno sfregio alla piazza più bella del mondo». Era stata scomodata addirittura l'Unesco (!), e nonostante il parere favorevole della sovrintendenza (che aveva detto sì alle grate) il Mibac aveva dato ragione agli insorti revocando l'autorizzazione paesaggistica, con conseguente interruzione del lavori.

La decisione del Tar Campania, che ieri mattina ha accolto il ricorso del Comune consentendo la ripresa dei lavori per la Linea 6, fa prevalere il buonsenso a dispetto degli intransigenti dinieghi. Fa prevalere le ragioni del progresso, e della modernità, su quelle dell'immobilismo e del «nulla si muova, nulla si tocchi». Fa piazza pulita di certi furori ideologici che rischiano, a Napoli come in tutto il Paese, di bloccare l'avanzamento dei progetti e delle grandi opere.

Dunque i cittadini, che attendono il completamento della metropolitana da troppi anni, devono essere grati al Tar, e pretendere a questo punti da tutti i soggetti coinvolti - dal Comune alle imprese che stanno eseguendo i lavori - che il cantiere avanzi con celerità, perché troppo tempo si è perso e sarebbe gravissimo perderne ancora.

Capovolgendo una decisione che, se confermata, avrebbe causato la perdita di 98 milioni di finanziamenti europei, i giudici amministrativi hanno deciso di rompere l'incantesimo in cui sembra essere precipitata la città. Potremmo definirlo il paradigma dell'irresolutezza: un passo in avanti e dieci indietro. Resta l'amaro in bocca per il tempo perso. E la speranza che, di fronte alla scelta dei giudici amministrativi di decidere direttamente nel merito (senza passare per la sospensiva) i comitati e le associazioni che hanno intrapreso questa battaglia tornino sui loro passi. E studino, assieme al Comune, soluzioni o correttivi che impediscano all'opera di precipitare in un buco nero, come è successo per Bagnoli e per tanti altri luoghi della città lasciati marcire in eterno.

Napoli ha rischiato fino alla fine di restare imbrigliata in una battaglia di retroguardia, alla quale si sono aggregati anche forze intellettuali e movimenti di opinione che tradizionalmente rappresentano la cultura del progresso e della modernità. Questa battaglia, per quanto animata da buone intenzioni, rischiava di tradursi in una colossale battuta d'arresto all'avanzamento del metrò. E in una mazzata anche per le prospettive occupazionali connesse alla realizzazione dell'opera, dal momento che trasferire il cantiere avrebbe significato dire addio ai fondi strutturali di Bruxelles, che hanno scadenze di spese ormai ferree e non ammettono ulteriori ritardi. 

Valeva la pena mettere in piedi tutto questo ambaradan per 25 metri quadrati di grata? Sia chiaro, è giusto richiamare l'importanza degli aspetti paesaggistici. Denunciando gli scempi, quando sono scempi, e innalzando anche le barricate, quando il patrimonio ambientale della città è davvero a rischio. Ma stavolta le perplessità sollevate per una tipologia d'intervento già utilizzata per piazza del Duomo a Milano, per piazza San Carlo a Torino o per Place Vendôme a Parigi hanno rischiato di provocare una slavina dalle conseguenze gravissime. 

È un bene anche che si discuta di piazza Plebiscito. Questo giornale lo fa da anni, sottolineando la necessità di individuare soluzioni (dall'arredo all'illuminazione) che le consentano di rivivere, di tornare a splendere, e di connettersi con il corpo vivo della città. Da cui, soprattutto di notte, è totalmente estranea. È giusto preservare la fisionomia della piazza, scrigno di antiche memorie, evitando che venga stravolta da interventi destinati ad alternarne l'identità e la felice armonia. A patto di non cadere, ogni volta, in una spirale di immobilismo. 

Era impensabile, e anche piuttosto imbarazzante, che il dibattito sulla riqualificazione della piazza ruotasse esclusivamente attorno all'interrogativo «grate sì, grate no», ovvero sulla presunta invasività delle griglie previste per le camere di ventilazione al servizio della Linea 6. Griglie che esistono in tutti i metrò e in tutte le città del mondo. Era necessario mettere un punto a capo: troppo tempo è stato già perso. Così, mentre plaudiamo al via libera del Tar e alla ripresa dei lavori, vogliamo sapere a che punto sono i piani per il restyling del Plebiscito; a che punto sono i bandi per le botteghe artigiane che dovrebbero riempire gli spazi del colonnato; a che punto è il recupero degli ipogei; a che punto sono i progetti per i Caffè all'aperto (meglio se letterari e con arredi eleganti approvati dalla sovrintendenza); a che punto sono gli interventi di riqualificazione delle connesse aree di Monte Echia e del Pallonetto.

A che punto è la notte, insomma. La lunga notte dei progetti che non avanzano e che rischiano di trascinare la città in un'eterna sala d'attesa, dove il tempo è fermo, bloccato, e ad avanzare sono solo le chiacchiere. © RIPRODUZIONE RISERVATA