Inps schiacciato da defezioni e nuove missioni

Martedì 5 Febbraio 2019 di Francesco Pacifico
Dagli uffici dell'Eur rimbalza la notizia che il premier Giuseppe Conte in persona abbia alzato il telefonato e richiamato i vertici dell'Inps. Ha chiesto loro di accelerare sulla scrittura della domanda per chiedere il reddito di cittadinanza, che entro il 6 marzo dovrà essere disponibile alle Poste, ai Caf e sul portale www.redditodicittadinanza.org.gov per quasi 4 milioni tra disoccupati e pensionati. E tanto basta per capire quanto l'ente previdenziale più grande d'Europa - paga 421.741 miliardi di euro tra pensioni e indennità, ha un patrimonio immobiliare di 30mila unità sia nel caos in prospettiva dell'erogazione del nuovo sussidio contro la povertà.
 
Il decretone che regola il reddito e l'anticipo pensionistico dà nuovi e onerosi compiti all'Inps: da un lato, i suoi uffici dovranno scrivere la domanda per il sussidio, controllare - in cinque giorni - che le pratiche inviate da Caf e Poste siano regolari, erogare sulla card di cittadinanza il sussidio, costruire le banche dati per identificare e controllare la platea; dall'altro, devono vagliare le richieste di prepensionamento e di quelli che hanno maturato i requisiti per l'uscita con le vecchie regole, calcolare l'entità dei futuri assegni, oltre a pagare gli assegni in essere. In totale, c'è un surplus di lavoro rispetto al solito di quasi sei milioni di pratiche. Troppe per un ente che negli ultimi anni ha visto diminuire la sua pianta organica di 5mila unità e che - sembra una nemesi - grazie a Quota 100 potrebbe vedere perdere entro la fine dell'anno altre 5mila persone. In queste condizioni, già oggi, l'istituto ci mette 4 mesi per erogare la prima pensione a un ex dipendente privato e 8 mesi per gli ex statali.

Il 15 febbraio scade il mandato dell'attuale presidente Tito Boeri e il governo è ancora in alto mare nella scelta del successore: la poltrona sembrava destinata alla Lega, adesso tra i papabili in lizza c'è Pasquale Tridico, il padre del reddito portato al ministero del Lavoro da Luigi Di Maio, ma nella stessa maggioranza si nutrono dubbi su questo professore, bravissimo nell'elaborare strategie contro la disoccupazione, ma senza esperienza gestionale.

Il decretone, oltre a reintrodurre il consiglio di amministrazione, apre la strada al commissariamento, non impone rispetto al passato che i candidati siano in possesso di «capacità manageriale» e «qualificata esperienza nell'esercizio di funzioni attinenti», ma soprattutto toglie ai dirigenti uscenti il potere di firma per un mese, che la legge dà loro nel periodo di transizione. Quindi tra meno di 10 giorni serve un amministratore con piene facoltà, perché altrimenti non si potranno avvallare neppure gli atti per mandare in pensione i lavoratori.

Se non bastasse, l'Inps vive - ma non da ora - tensioni interne legate alla gestione di Boeri, accusato dai suoi detrattori di avere accentrato molti poteri. Tra le scelte più criticate dell'economista bocconiano, la decisione di creare una «segreteria unica tecnica e normativa» (la guida Luciano Busacca, che potrebbe restare in tandem con Tridico) equiparata a una direzione centrale, i cui compiti spesso configgono con quelli del direttore generale. Sempre Boeri ha introdotto un turn over triennale in tutte le direzioni, che non è piaciuto alla prima linea. Nino Sgroi, ex coordinatore centrale delle entrate contributive, e Elisabetta Lanzetta coordinatore centrale delle risorse umane e principale avvocato dell'istituto nei contenzioni, quando sono stati sostituiti, si sarebbero sentiti dimensionati e avrebbero fatto ricorso al Tar per impugnare la delibera del presidente uscente. Ma a colpi di carta protocollata si parlerebbero l'attuale direttore generale, Gabriella Di Michele, e il suo vice Vincenzo Damato, dopo che un'inchiesta della magistratura romana sull'accesso ad alcuni dati sensibili di ex dirigenti ha scosso ancora di più l'istituto. © RIPRODUZIONE RISERVATA