Siria, l'Isis verso la sconfitta: ma i vertici militari sono prudenti

Domenica 17 Febbraio 2019 di Lorenzo Forlani
Un palazzo di Raqqa, città sottratta all'Isis nel 2017
Settecento metri quadrati. A sentire le parole del comandante delle Sdf (Syrian Democratic Forces) Jiya Furat, ai miliziani dell'Isis in Siria non rimane che una porzione di territorio ampia come una villa in campagna, in seguito all'offensiva lanciata sei giorni fa dalle truppe curdo-arabe - sostenute dagli Stati Uniti - sul villaggio di Baghouz, nella provincia di Deir Ezzor, vicino al confine iracheno. 

Qui si erano asserragliati centinaia di uomini di Al Baghdadi, insieme ad un migliaio di civili, molti dei quali famigliari dei jihadisti. Le Sdf hanno inoltre  fatto sapere che la gran parte dei miliziani rimasti a Baghouz sarebbero foreign fighters. Solo tre anni fa, l'autoproclamato Stato Islamico controllava un territorio grande più o meno come la penisola italiana. Oggi, considerando anche parti di deserto siriano, non arriva a cinquemila metri quadrati, meno di un campo da calcio.

La notizia della ormai quasi totale disfatta dell'Isis in Siria è stata confermata anche dal vice presidente americano Mike Pence. «Mentre sono qui davanti a voi, sul fiume Eufrate l'ultimo tratto di territorio dove una volta la bandiera nera dell'Isis sventolava è stato catturato», ha annunciato il vice di Donald Trump, intervenendo alla conferenza di Monaco. Il comandante Jiya Furat mantiene un margine di cautela: «Nei prossimi giorni diffonderemo buone notizie al mondo sulla definitiva sconfitta militare di Daesh», ha detto, utilizzando l'acronimo arabo per il gruppo jihadista.
Non è del tutto chiaro il destino dei civili intrappolati a Baghouz, che l'Isis tradizionalmente utilizza come scudi umani. Il portavoce delle Sdf Mustafa Bali ha riferito all'agenzia Reuters che le truppe curdo siriane hanno catturato alcuni jihadisti che tentavano di lasciare Baghouz, mimetizzandosi tra i civili in fuga. Altri - circa duecento, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani - si sarebbero consegnati spontaneamente. 

Se è vero che i civili rimasti a Baghouz sarebbero sopratutto parenti dei foreign fighters, diviene urgente capire quale sarà il loro destino: le Sdf hanno più volte fatto sapere di non poter trattenere in eterno i combattenti stranieri catturati insieme ai loro cari; d'altra parte, sono pochi i governi occidentali disposti a rimpatriare i loro foreign fighters, anche perché nei confronti di un buon numero di essi - in particolare chi non ha preso parte ai combattimenti - sarebbe legalmente difficile formalizzare delle accuse e avviare un processo. 
C'è poi la questione del futuro concreto dello Stato islamico, anche alla luce della suo processo di trasformazione in Iraq. Da quando l'Esercito iracheno ha ripreso il controllo di Mosul - da cui Al Baghdadi aveva proclamato il Califfato nel giugno 2014 - i jihadisti sono tornati ad utilizzare con frequenza tattiche di guerriglia e attentati, perpetuando la ormai quasi ventennale instabilità del paese. 

Da quando poi ad ottobre 2017 le Sdf hanno ripreso il controllo di Raqqa, la "capitale" del Califfato, gli attentati si sono intensificati anche nel nordest della Siria, come quello che il mese scorso ha ucciso quattro soldati americani. L'attacco era arrivato pochi giorni dopo l'annuncio di Donald Trump sul ritiro statunitense dalla Siria, motivato da quella che il presidente già definiva la "sconfitta definitiva dell'Isis". 
Che l'Isis possa tornare alla guerra asimmetrica, e che la sua imminente e totale disfatta militare non si tradurrà nel breve termine in una cessazione delle minacce poste dal gruppo terroristico, è chiaro anche al generale americano Joseph Votel, a capo delle forze statunitensi in Medioriente, il quale venerdì scorso ha ricordato che la fine dello Stato islamico come entità territoriale porterà ad una "dispersione" delle loro attività. Molto più difficili da prevedere, molto più difficili da contenere.Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 07:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA