Il Caravaggio, i direttori e il bidet della Regina a Palazzo Reale

Giovedì 14 Marzo 2019 di Ernesto Mazzetti
«La bellezza s'offre all'adoratore solitario» scriveva Oscar Wilde narrando dell'happy prince che attendeva l'incoronazione beandosi delle preziosità che lo circondavano. Massima emozione è l'esser da soli, «loneny whorshipper», nel contemplare l'arte. Un tempo riservata ai potenti ed ai ricchi. Ma l'arte è anche nutrimento del popolo; ed il potere, da sempre, ne ha somministrato erigendo musei ad edificazione di sudditi e forestieri. E nelle mirabili architetture delle cattedrali opere di maestri insigni corroborano sempre il fervore religioso.

Per secoli immutate, le cose non hanno retto a trasformazioni sociali e tecnologiche. Borghesie prorompenti, banchieri toscani, mercanti fiamminghi, capitalisti di qua e al di là degli oceani, hanno conteso ad aristocrazie civili ed ecclesiastiche i primati di committenza e collezionismo. Spesso hanno concesso loro tesori al pubblico godimento, quasi a remissione di proprie spregiudicatezze. Poi l'arte non più si è disvelata soltanto nella diretta contemplazione dell'opera, ma nella fruizione della sua sola riproduzione. Il filosofo Walter Benjamin rifletteva se a causa di questa «technischen Reproduzierbarkeit» l'arte non finisca per perdere la sua essenza. Massa di consumatori che si sostituisce al singolo adoratore d'un originale.

Creazione e consumo artistico, da sempre sono oggetti di commerci, pur se nobili. Il mercato ha nuovi protagonisti, Cina, Russia, arabi; e cresce a dismisura un turismo strettamente connesso. Vorticosamente viaggiano anche le opere, per accordi tra istituzioni museali e private. Scambi continui; certo lucrosi.

Massa di consumatori che si sostituisce al singolo adoratore d'un originale.
Creazione e consumo artistico, da sempre sono oggetti di commerci, pur se nobili. Il mercato ha nuovi protagonisti, Cina, Russia, arabi; e cresce a dismisura un turismo strettamente connesso. Vorticosamente viaggiano anche le opere, per accordi tra istituzioni museali e private. Scambi continui; certo lucrosi.

Ne fu antesignana, e clamoroso esempio, la traversata atlantica della Pietà di Michelangelo, inviata nel 1964 al padiglione vaticano nell'Expo mondiale di New York. Papa Montini non recedette alle obiezioni sui rischi e il senso dell'operazione. Da anziano (checché ne dica il ministro Bonisoli, offendendo Riccardo Muti, mio coetaneo) si possono avere pensieri lucidi e ricordi nitidi. Di anni remoti, quando la Cappella Sansevero, prossima all'università, poteva ancora concedermi una quasi solitaria visione delle sue meraviglie. L'ignorava allora il turismo di massa che oggi ne fa una tra le icone della città. In età matura, due occasioni restano indimenticabili.

Nel 1980, in una livida mattinata dei giorni successivi al terremoto, percorrere a fianco di Raffaello Causa, il grande direttore di Capodimonte, le sale deserte che ancora esponevano, provenienti da tutto il mondo, le opere celebrative della «Civiltà del 700 a Napoli». Tanti anni dopo, una visita alla Cappella Sistina, guidata per pochi cattedratici da Antonio Paolucci prossimo a lasciare la direzione dei Musei Vaticani.

Grato devo anche dirmi per le tante occasioni in cui, in Italia e altrove, m'è stato possibile ammirare, in mostre dedicate a singoli autori o periodi, opere lì confluite in prestito da musei e collezioni private. Occasioni talvolta irripetibili: l'esposizione a Firenze negli anni 80 di parte dell'immensa collezione Thyssen-Bornemisza, in breve sosta a Palazzo Pitti durante il viaggio per la destinazione finale di Madrid. Folla enorme. Richiami mediatici, certo. Come fu per i Bronzi di Riace: freschi di restauro a Firenze e ancora poco noti, esposti nelle Scuderie del Quirinale prima del ritorno in Calabria ne trassero rinomanza mondiale.

Vero è che enfasi dei media valorizzano anche eventi in cui l'effimero s'accompagna a prevalente scopo di lucro. Onde giusto dolersene, come fa l'illustre accademico linceo Salvatore Settis. Compiaciuto nel sapermi a lui accomunato almeno dall'essere entrambi soci d'onore d'una medesima istituzione scientifica, certamente condivido il suo assunto che finalità culturali sempre debbano prevalere su tornaconti economici. Ma non per questo concordo in quella che mi pare una sua generalizzante esecrazione d'ogni ipotesi di «valorizzazione» di beni culturali.

Occorre distinguere. E la distinzione ritengo doverosa anche nel caso, ormai scaduto ad una sorta di «tormentone», del dipinto caravaggesco del Pio Monte della Misericordia oggetto d'un prestito al Museo di Capodimonte poi interdetto dal ministero competente.

Ho scritto giorni fa che in tale presa di posizione intravedevo una volontà, identificabile come politico-burocratica assai più che artistica, di metter freno al dinamismo, bollato come troppo «valorizzatorio», di quei direttori italiani e stranieri, dal precedente governo scelti con bando internazionale alla guida di musei italiani, tra cui quattro in Campania. E di sostituirli con personale più direttamente controllabile da uffici ministeriali. «Vicini ai territori» li vorrebbe il ministro.

Dalle note biografiche di Alberto Bonisoli, pentastellato ministro dei Beni Culturali e Ambientali apprendo che ha esperienze alla guida di numerose istituzioni anche private attive nella promozione di arte, moda e design. Insomma non viene dal nulla, com'è il caso di qualche suo collega di partito assurto a ruoli di governo.

Ciò m'ispira la sommessa speranza che, ove davvero il suo ministero voglia, prescindendone dai meriti, la sostituzione d'uno o più tra gli attuali direttori di nostri musei, sappia da ministro scegliere con accortezza. E guardarsi da scelte avventurose. Evitando così incresciose circostanze, quale quella che si verificò quando, annesse le province napoletane, il governo sabaudo inviò un funzionario a prender possesso della Reggia di Caserta. Si trovò, costui, negli appartamenti privati, di fronte a quello che classificò come «sconosciuto oggetto marmoreo a forma di chitarra». Era il bidet della Regina. © RIPRODUZIONE RISERVATA