Le spese pazze dei big della politica sui social: sei followers su dieci sono falsi

Martedì 21 Maggio 2019 di Valentino Di Giacomo
Ne deve fare di strada «Sua Emittenza» per raggiungere chi già da anni ha iniziato ad utilizzare i social network come strumento privilegiato della propria comunicazione politica. Silvio Berlusconi conta su Twitter appena 56mila follower, un decimo dei seguaci di Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio o Giorgia Meloni. Inarrivabile è invece Matteo Salvini che viaggia ormai con oltre un milione di follower lasciando tutti indietro. La campagna elettorale in vista delle europee è ormai sempre più social e dietro i tanti post si celano tutte le strategie degli spin doctor dei leader di partito, una pubblicazione senza sosta di accuse, promesse e annunci come un tempo avveniva con gli spot elettorali in radio e tv.
 
In realtà Berlusconi ha solo cambiato medium, ma non il suo modo di comunicare. Così come lanciava i suoi proclami alla tv, allo stesso modo si comporta ora attraverso i social. L'obiettivo è parlare al suo vecchio elettorato che oggi, oltre alla televisione, utilizza sempre di più anche Facebook e Twitter. Un rincorrersi di auto-citazioni come quando il leader di Forza Italia, solo pochi giorni fa, ha riproposto il suo celebre discorso della «discesa in campo» del 1994 sostituendo il «pericolo dei comunisti» con quello nuovo dei grillini. Una serie di videomessaggi girati ad Arcore con inquadrature e scenografie tutte studiate come se parlasse alla tv e dove la finta improvvisazione, propria dei social, è completamente annullata. Le uniche volte in cui l'ex premier si è concesso delle riprese meno studiate e più veraci sono state fatte mentre era in auto per raggiungere qualche comizio. Nulla a che vedere con chi, come Matteo Salvini, Luigi Di Maio o Giorgia Meloni, utilizzano continuamente i social come i ragazzi più giovani: telecamera frontale dei selfie sparata sul viso per girare lunghe dirette video. «Amici dicono spesso - facciamoci compagnia per questi minuti», ben poco di nuovo rispetto alle «chiacchiere al caminetto» degli anni 30 parlando alla radio coniate dal presidente Roosvelt, inventore della politica mediatica. Più istituzionale è la comunicazione del Pd e di Zingaretti fatta di pochi video, pochissime dirette social e molti meme ed infografiche nel tentativo di far risaltare i contenuti proposti anziché personalizzare la campagna elettorale.

Del resto l'uso dei social network può dividersi proprio tra quei partiti che cercano di spiegare cosa faranno una volta eletti a Bruxelles e chi invece cerca di vellicare maggiormente istinti e simpatie. Berlusconi rivendica, ad esempio, di essere l'unico dei candidati illustri che siederà al Parlamento europeo e snocciola tutte le sue promesse. Stesso discorso vale per il Pd che punta tutto sulla propria idea di Europa per cercare consensi. Giorgia Meloni utilizza i social per entrare nel dibattito politico giornaliero e dire la sua sull'agenda setting. Molto più pacato è Luigi Di Maio che twitta pochissimo, ma che il Movimento 5 Stelle utilizza per veicolare i messaggi ritenuti più importanti. La capacità del capo politico degli M5s in termini di retweet e condivisioni è infatti di gran lunga superiore a quella degli account ufficiali del partito pentastellato. Il più «smanettone» è sicuramente Salvini che, da consumato «homo communicans», utilizza i social come prolunga del proprio corpo. L'obiettivo dei social media manager di Salvini, un apparato di comunicazione ribattezzato «la bestia», una potentissima macchina di marketing, è non solo cercare di dettare l'agenda politica sollevando sempre nuovi temi, ma negli ultimi mesi anche quella di individuare «nemici graditi». Roberto Saviano, Elsa Fornero, ma soprattutto Laura Boldrini attaccati continuamente attraverso Twitter. Round dialettici spesso vinti dall'ex presidente della Camera, ma è un rischio calcolato viene fatto filtrare dallo staff leghista. «In questo modo viene spiegato Boldrini acquisisce peso politico nel centrosinistra, ma con il vantaggio che il fronte più radicale vicino all'ex presidente è più facilmente battibile alle urne». Tanti nemici, tanti voti è la strategia, gli elettori come i tifosi di calcio.

Le campagne social a colpi di like hanno, ovviamente, dei costi. Chi spende di più per mettere inserzioni su Facebook è Matteo Salvini che nell'ultimo mese ha investito più di 75mila euro, segue Berlusconi con 60mila, il Pd con 35mila e Fdi con più di 20mila euro. I follower dei leader politici non sono però tutti reali, ma la maggior parte costituiti da account fake, secondo uno studio fatto DataMediaHub, società di monitoraggio dei social. Berlusconi, anche se ha meno follower, ha il 60 per cento di persone reali che lo seguono (su un totale di 56mila). Percentuale completamente capovolta per gli altri: Zingaretti ha quasi il 70 per cento di seguaci fake (sul totale di 420mila) al pari di Giorgia Meloni (sul totale di 720mila). Oltre il 60 per cento di account fake seguono Di Maio e Salvini (sul totale rispettivamente di 560mila e di un milione di follower). Il paradosso è che applicazioni nate per far interagire le persone siano utilizzate in maniera verticale, dall'alto verso il basso, visto che nessuno dei leader risponde direttamente ai propri follower. Uguale meccanismo della tv, ma trasposto su un altro medium, nel grande inganno che uno valga davvero uno. Ultimo aggiornamento: 13:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA