I ricordi d'infanzia di Piero Mastroberardino

Sabato 25 Maggio 2019 di Stefania Marotti
Versatile, tenace e dinamico, Piero Mastroberardino è un economista di spicco ed imprenditore di fama internazionale nel settore della produzione vitivinicola, continuando la tradizione di famiglia che risale al Settecento. Vanta oltre 100 pubblicazioni scientifiche in campo universitario. Pittore, poeta e scrittore di successo, ha realizzato mostre in Italia e all'estero.

Com'è stata la sua infanzia?
«Molto tranquilla, in una famiglia che ha vissuto il contesto avellinese. Papà era irpino, mamma napoletana e sono cresciuto frequentando Avellino e Napoli».
Cosa ricorda di sua madre Teresa?
«Da insegnante elementare, era molto attenta alla lingua italiana. Non mi ha mai lasciato passare un'imperfezione lessicale e semantica. In età adulta, mi sono accorto che la mia ricerca del linguaggio, delle forme espressive deriva dall'educazione, ricevuta da mamma, al corretto uso della parola».
Cosa la colpiva di suo padre Antonio?
«Papà era molto colto ed amante dell'arte. Era collezionista di libri antichi e mi ha trasferito, fin dall'infanzia, questa passione. Inoltre viaggiava spesso per lavoro, ha girato il mondo. Per lunghissimi periodi mancava da casa, ma, quando era in famiglia, coniugava affetto e rigore. Ero legatissimo a lui, per l'affinità di impostazione razionale. Ho di recente inaugurato il Museo d'Impresa Mastroberardino ad Atripalda, dedicato a 3 generazioni di imprenditori della nostra famiglia. Nell'aria aleggiano sempre l'etica di papà e la sua lungimiranza».
Quando si è accorto del suo amore per l'attività di produzione del vino?
«Durante l'infanzia. La vendemmia, ad esempio, il profumo dei mosti in fermentazione mi attraevano e, ancora adesso, mi rinnovano sensazioni ed emozioni».
È stato influenzato dalla tradizione di famiglia?
«Con papà si era instaurato un rapporto simbiotico. E' stato tra i più grandi innovatori della storia enologica del nostro Paese dal dopoguerra. Vivendo al suo fianco, rimanevo colpito dalle sue capacità imprenditoriali e dalle sue strategie aziendali».
Come ha scoperto il suo talento pittorico?
«Disegnavo fin da bambino, stimolato da mamma. Ricordo che mi appassionai moltissimo. La mia prima mostra risale al periodo in cui frequentavo la II elementare. Avevo realizzato dei bozzetti sulla vita di Gesù, che rimasero esposti per lungo tempo, decorando i corridoi della scuola».
Quando, invece, ha iniziato a dedicarsi alla scrittura?
«In età adolescenziale, ho cominciato a scrivere racconti sul mio diario. L'idea di pubblicare un romanzo risale a molto tempo dopo».
Quali erano i suoi giochi?
«La città era piccola e vivibile. Si giocava in strada, disegnando i campi da tennis, o al calcio fino alla sera, quando i familiari, dal balcone, ci invitavano a rientrare per la cena. Mi piaceva andare in bicicletta, fare lunghe passeggiate, provando un senso di avventura e di libertà. Molte strade erano chiuse e si vedevano delle aree di campagna. Ricordo con affetto i tornei sportivi organizzati nei cortili, ai quali partecipavano anche ragazzini provenienti da tutte le zone del capoluogo».
Quali erano i suoi amici?
«Ho conosciuto un po' tutti della mia generazione. A 12 anni giravo con il motorino, frequentando le diverse comitive, dal gruppo di via Rubilli, agli amici di via Roma e dei Platani. Incontravo i ragazzi di via Dante, del Corso, di Contrada Baccanico».
Cosa le viene in mente della sua adolescenza?
«Con i motorini, si facevano le prime gite. Andavamo a Montevergine, in Costiera Amalfitana. Con la cilindrata 125, a 15 anni, ho cominciato a viaggiare in gruppo fuori provincia. Andavamo in campeggio, montavamo le tende e si viveva a contatto con la natura. Amavo molto lo sci e la domenica si andava tutti insieme al Laceno. Inoltre, organizzavamo le settimane bianche».
Ricorda qualche episodio particolare?
«Quando ho potuto, mi piaceva andare a sciare anche da solo, in Alta Savoia, nel periodo estivo, affrontando il viaggio in auto. Ricordo di aver conosciuto sulle piste degli sciatori giapponesi. Li ho incontrati dopo 30 anni a Tokyo, dove hanno aperto dei ristoranti, ed ho scoperto che da sempre amavano i vini della nostra azienda, offerti anche ai loro clienti».
Come ricorda gli anni del Liceo?
«Ho studiato al Liceo Scientifico Mancini, dove ho conosciuto amici che frequento tuttora. In quel periodo, sono stato il rappresentante degli studenti, animando le battaglie per la ristrutturazione del nostro istituto, ma anche dell'Imbriani».
Che tipo di studente era?
«Scanzonato e libertino, pur ottenendo voti lusinghieri. Ero un ragazzo simpaticamente squinternato, un contestatore per definizione. Organizzavo le contestazioni per le giornate di sciopero. Con la mia Vespa guidavo i cortei di protesta e di rivendicazione. Per indole, sono stato sempre pronto a difendere i più deboli».
Può farci un esempio?
«Una volta, nella mia classe, c'era un ragazzo che non raggiungeva la sufficienza in una materia. Andai dall'insegnante, barattando i miei ottimi voti con la promozione del mio compagno nella disciplina in cui aveva qualche lacuna. Erano anni in cui le battaglie potevano essere affrontate in modo gradevole, senza giungere ad uno scontro diretto. I docenti comprendevano le nostre buone intenzioni e motivazioni, che non sfociavano mai in comportamenti degenerati o irriguardosi».
Qual è il vino a cui è più affezionato?
«Quello a cui sono legato affettivamente è Radici, lo stesso che prediligeva papà, considerato uno dei simboli della vinologia nel mondo».
Quali sono i suoi hobby?
«Nel tempo libero, mi dedico ai miei cani e ai miei gatti. Inoltre, continuo a praticare una passione di gioventù, il mototurismo, con una collezione che parte da esemplari del 1970 fino ai giorni nostri».

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