Riccardo Pazzaglia rivive in un libro: «Vero napoletano ma senza retorica»

Martedì 2 Luglio 2019 di Luciano Giannini
Oggi Erri De Luca lo definirebbe «napolide»: lui, molto tempo prima, aveva coniato l'espressione «partenopeo in esilio». Comunque sia, era un «signore» napoletano in eterna trasferta; di quelli che stanno una spanna sopra gli altri «signori», del Centro e del Nord, perché al buon gusto, alla nobiltà d'animo, allo stile, all'educazione, alla grazia poetica, alla riservatezza aggiungono l'ironia, la creatività, l'indipendenza di pensiero, il piacere gustosamente esorcistico di guardare alla vita con un tocco di sana distanza. Questo era Riccardo Pazzaglia, a torto definito, ai suoi inizi, il «paroliere di Modugno», perché il testo di «Io, mammeta e tu», musicato dal Mimmo nazionale, ebbe subito gran successo e permise, tra l'altro, a Riccardo di sedare l'ansia delle tasche vuote nell'Italietta da poco emersa dall'ottusa guerra.

 

Di lui, dello scrittore, sceneggiatore, giornalista, attore, regista (e paroliere); dell'uomo di «separati in casa» e del «brodo primordiale» parla ora Rosy Gargiulo in La mia vita con Riccardo Pazzaglia, edito da Guida nella collana Lente d'ingrandimento e in uscita dopodomani. Il libro è più che un omaggio d'amore. È riconoscenza, è serena nostalgia del passato, è il grazie di una sposa innamorata a un uomo cui tutti i suoi concittadini dovrebbero guardare come esempio e modello di comportamento. Riccardo, infatti, incarnava l'ideale del napoletano, che fonde la genialità autoctona con la civiltà nordeuropea. Almeno in lui quell'utopia si è concretata. «Antiretorico, controcorrente, iconoclasta, avverso ai luoghi comuni», lo definisce Rosy, che sposò Riccardo il 4 settembre 1955 e gli è rimasta al fianco fino al giorno della sua morte, il 4 ottobre 2006; anche se, a conclusione del suo appassionato amarcord, confessa: «Sei indefinibile, amore mio caro e perduto! Ci ho provato con queste pagine, ma è stata impresa vana e ambiziosa». Il suo racconto ha innocenza e pulizia naïf, e procede sereno e semplice nel dipanare una vita comune, onesta, quotidiana, fatta ora di difficoltà economiche, di ricerca del lavoro; - una sceneggiatura, un posto di aiuto regista, una musica da completare con un testo - ora di dolori e gioie semplici, sane, sempre nel solco della dignità, del riserbo, dell'indipendenza. E, così, la vita privata, i primi incontri, il matrimonio, la prima casa, la nascita del figlio Massimiliano, oggi attore, il mestiere di padre, gli amici, i viaggi, l'auto acquistata di seconda mano, si confondono con la carriera: l'amicizia - dialettica - con Modugno fin dai tempi del Centro sperimentale di cinematografia; i testi di «Nisciuno po' sapé», «Lazzarella», «Meraviglioso»; i film («L'onorata società», «Farfallon»); il teatro («La moglie fatta in casa», «Cyrano», «Il brodo primordiale»); la radio, con i nuovi linguaggi di «Radio ombra»; il rapporto con Luciano De Crescenzo e la sceneggiatura di «Così parlò Bellavista»; la tv e il rapporto con Arbore («L'altra domenica», «Cari amici vicini e lontani», «Quelli della notte», e la nascita dell'espressione «separati in casa» che per la prima volta sintetizzava al meglio una situazione di fatto, reale in tante famiglie); il giornalismo, con la rubrica «Specchio ustorio» tenuta su «Il Mattino», sommerso dalle testimonianze d'affetto, stima e rimpianto nei giorni successivi alla sua morte. Scrive Rosy: «Molto amato dai giovani e dalla gente cosiddetta comune, Riccardo è stato sempre ignorato dal potere politico e culturale napoletano. È il destino dei cani sciolti. Non ha mai ricevuto onorificenze, né premi grandi o piccoli, né pubblici elogi, mai invitato ad alcuna occasione ufficiale di prestigio e neppure ad alcuna prima del San Carlo». E, in un altro passo: «La creatività di Riccardo non aveva confini, ma solo regole precise: non chiedere favori né raccomandazioni ad alcuno e per nessun motivo e tenersi fuori dai circoli della politica, e tutto ciò non solo come scelta morale e intellettuale ma per carattere, incline com'era al riserbo e - sempre - all'ironia».
La mia vita con Riccardo Pazzaglia compone un ritratto sobrio, pacato, perbene, sincero che s'addice in pieno alla sua anima di signore partenopeo, capace di osservare il mondo con lo stesso benevolo sorriso che suscitano i suoi brevi racconti ironici, e inediti, pubblicati alla fine del libro assieme ad alcune belle foto di famiglia; un sorriso che mette da parte l'amarezza per affermare, non gridando ma sussurrando, l'amore.
`presentazione a Napoli, il 10 luglio alle 18 nello Spazio Guida a via Bisignano: con Rosy Gargiulo sarà presente il figlio Massimiliano Pazzaglia
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