La promessa del vicepremier Di Maio: «Sì all'autonomia solidale, non dividerò mai l'Italia»

Mercoledì 10 Luglio 2019 di ​Nando Santonastaso


Ministro Di Maio, l'accordo sulle autonomie differenziate sembra ancora lontano, almeno a giudicare dal nuovo rinvio del governo: la sensazione è che al di là delle dichiarazioni ufficiali, voi e la Lega abbiate posizioni inconciliabili anche su questo punto, è così? 
«Ho più volte detto che non bisognava avere fretta per chiudere la questione Autonomia. Si tratta di un tema molto importante che va trattato con massima trasparenza e serietà. Stiamo sciogliendo tutti i nodi per garantire un'autonomia equilibrata che non vada a penalizzare nessuna regione. Questo lo dico dal primo istante e finalmente abbiamo intrapreso la strada giusta. L'autonomia sarà fatta, è nel contratto di governo, ma non verranno penalizzate le regioni del centro-sud, questo l'abbiamo detto chiaramente alla Lega. Noi il centro-sud lo tuteleremo con tutte le nostre forze». 
 
Ma come può passare il principio della scuola regionalizzata, sollecitato dalle tre Regioni interessate all'autonomia, dopo che il premier Conte ha garantito ai sindacati che la scuola resterà unitaria? 
«Abbiamo fatto già emergere tutte le nostre perplessità sulla parte relativa ai concorsi regionali. Ci sarebbe anche il rischio di incostituzionalità. Per questo motivo stiamo lavorando per superare questa criticità. Io non voglio creare scuole di serie a e scuole di serie b». 

Basta un fondo perequativo per assicurarsi che una parte delle maggiori risorse attribuite alle Regioni più ricche andranno comunque a quelle più deboli, specie alla luce del fallimento del federalismo fiscale e dei principi di perequazione, di fatto rimasti soli sulla carta? 
«Mi sembra un buon punto di partenza, con questo fondo dimostriamo che non devono esserci Regioni che si arricchiscono ai danni di altre Regioni. Ok all'autonomia ma la nostra Repubblica è unica e deve essere solidale. Se creiamo due livelli di ricchezza il rischio sarebbe quello di dividerla, cosa che io non permetterò mai».

Ma non avverte anche lei il pericolo che questa riforma darà il colpo finale al recupero del divario Nord-Sud come tanti osservatori, economisti, intellettuali e semplici cittadini dicono da tempo? 
«Se realizziamo una riforma equilibrata, così come ci stiamo impegnando a fare, andando anche oltre alcune idee iniziali che avrebbero penalizzato il centro-sud, questo non accadrà mai. Inoltre vi annuncio che è mia priorità pianificare un grande piano per rilanciare il sud: nuove infrastrutture, più servizi ai cittadini e valorizzazione del nostro territorio con nuovi strumenti che rilancino il turismo. Abbiamo luoghi incantevoli che tutto il modo ci invidia. Bene, rimbocchiamoci le maniche e valorizziamoli». 

Oggi fino a che punto il suo Movimento può dire di tutelare gli elettori del Mezzogiorno su questa partita? Si può rinunciare ad un'alleanza così complicata come quella con la Lega in nome dell'unità del Paese? 
«L'unicità del Paese per me è un elemento imprescindibile. L'ho detto ovunque e ribadito a ogni singolo ministro del governo. L'Italia va rilanciata in toto, se qualcuno pensa di penalizzare il centro-sud sbaglia e io non lo permetterò. Ve lo garantisco». 

Intanto al Sud il rischio di desertificazione industriale è ormai una certezza assoluta: fuggono le multinazionali o si ridimensionano, da Whirlpool a Jabil. Non crede che una politica industriale credibile del governo avrebbe potuto quantomeno evitare simili decisioni? Non è che per voi l'industria specie al Sud non deve avere peso? 
«È l'esatto opposto. Lavoriamo tutti giorni per recuperare il gap di competitività del Sud, lo dimostra l'attenzione del Mise su ogni tavolo di crisi e la strategia complessiva del Governo che proprio in queste settimane inizia a dare frutti. Basti pensare ai livelli occupazionali da record che abbiamo raggiunto, lavoro creato dalle aziende e non certo per decreto. Le crisi industriali ci sono sempre state nel corso degli anni, il 99% sono state ereditate ma non bisogna pensare che queste crisi possano essere usate a scopi politici, le persone hanno bisogno di risposte e non di litigi continui».

Caso Ilva: l'impunità penale, è emerso ieri, sarebbe stata correlata alla possibilità di recesso dal contratto per ArcelorMittal. Che ne dice? E in questa fase quanto pesa la necessità per il Movimento di recuperare il consenso perduto a Taranto con il via libera all'investimento di ArcelorMittal? Sia sincero, come può l'Italia rinunciare ad un investimento così importante anche sul piano del recupero dell'ambiente e della sicurezza?
«Abbiamo già detto tutto su questo tema. Su Taranto abbiamo raggiunto il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili, ora è ufficialmente partito il Tavolo Istituzionale Permanente, che ha lo scopo di rilanciare il territorio coinvolgendo il Governo in modo massiccio. Non era mai stato fatto. Sull'immunità penale troveremo una soluzione con l'azienda, in questi mesi di interlocuzione ho sempre detto ad Arcelor Mittal che la dirigenza dell'azienda non ha nulla da temere dal punto di vista legale se dimostra buona fede continuando nell'attuazione del piano ambientale: se si chiede di precisare questo concetto attraverso interpretazioni autentiche anche per norma, siamo assolutamente disponibili. Ma nessuna persona in questo paese potrà mai godere di una immunità per responsabilità di morti sul lavoro o disastri ambientali». 

Ora c'è anche lo stop dell'altoforno 2 che bloccherà gran parte della produzione... 
«Nessun commento». 

Il decreto dignità ha iniziato a dare i primi risultati ma il Sud resta abbondantemente indietro per numero di occupati e Pil. La vostra proposta di salario minimo non rischia di creare l'ennesimo motivo di frattura con il mondo delle imprese? 
«Il Mezzogiorno è una priorità per il Governo e con lo sblocca cantieri anche al sud ci sarà un accelerazione sulle infrastrutture. Se riparte il sud riparte il paese. Sul salario minimo abbiamo già detto che vogliamo costruirlo con le parti sociali e datoriali. Noi col salario minimo vogliamo evitare che si crei una frattura sociale nel paese. Credo che anche le imprese siano consapevoli che non è ammissibile che il 30% dei salari sia sotto i 9 euro lordi».

Le piacerebbe al governo una personalità come Mario Draghi ora che il suo incarico alla Banca centrale europea è di fatto terminato? O immagina un altro ruolo per una delle poche personalità di spessore internazionale di cui può vantarsi l'Italia?
«Il governo per quanto mi riguarda non cambia».

Ultimo aggiornamento: 15:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA