La scalata del papà di Watchup:
«Negli Usa con idee e cazzimma»

di Paola Rosa Adragna

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Da Cava de' Tirreni alla Silicon Valley, la strada è impervia. Ma Adriano Farano non si è lasciato spaventare e, armato di inventiva, voglia di farcela e determinazione, è arrivato alla meta. Negli Stati Uniti, all'università di Stanford, ha creato una startup editoriale, con lo scopo di reinventare il concetto di telegiornale. Watchup è un'applicazione che permette di avere in un unico stream video di diverse emittenti, restituendo valore all'informazione di qualità e combattendo le fake news. Il 31 gennaio di quest'anno Adriano ha firmato un'exit milionaria con Plex, un colosso americano della distribuzione in streaming di contenuti multimediali. E la sua storia, iniziata con 600 dollari in tasca, ha fatto il giro del mondo.

Dopo l'acquisizione di Watchup da parte di Plex guardiamo al futuro: quali sono i prossimi progetti?
«Plex è nella top ten delle applicazioni più usate su televisione connessa a Internet attraverso dispositivi quali Roku o Apple TV. L'idea di integrare Watchup in questa realtà stellare è per me estremamente motivante. Detto questo, resto imprenditore fino al midollo e il mio futuro si delineerà di conseguenza».

Watchup rivoluziona l'idea di telegiornale e aiuta a combattere la fake news. Dare potere a un utente di decidere il palinsesto è sufficiente per battere il fenomeno? E se no cos'altro serve?
«Watchup, e a breve Plex con l'integrazione a cui stiamo lavorando, permette di veicolare informazioni di qualità grazie al lavoro giornalistico dei nostri partner: 191 testate giornalistiche statunitensi di comprovata qualità. Purtroppo altre piattaforme e social media non effettuano quello che, a mio avviso, resta un importante lavoro di filtro. Certo anche così è possibile veicolare false informazioni, perché neanche i giornalisti sono immuni da errori. Ma chiaramente il rischio è minore che su Facebook dove non esistono controlli. Come provato dalla vittoria del demagogo Trump in America, le piattaforme hanno un'enorme responsabilità nel curare l'informazione che veicolano».

Carta stampata, internet, social network, qual è la prossima frontiera dell'informazione?
«L'esperienza utente è fondamentale. In questo momento mi trovo all'Nab Show di Las Vegas, la principale fiera del mondo della televisione in America. E già proliferano i contenuti, anche a valore informativo, da consumare con caschi di realtà virtuale. Vuoi catapultarti in un campo profughi in Turchia? C'è un'applicazione che te lo permette. Le possibilità sono enormi. Ma ritengo che per l'utente finale, il problema rimane quello di un imperante analfabetismo digitale: decifrare le notizie che consumiamo su piattaforme digitali, carpirne il valore informativo e la fonte, distinguere propaganda da opinioni indipendenti e informazione pura. Sono tutte cose che la scuola dovrebbe educare a padroneggiare fin dalla più tenera età.

Torniamo in Italia: quali sono le realtà nate e cresciute al Sud degne di nota?
«Guardo con attenzione alle iniziative che permetteranno alle realtà di domani di sbocciare come lo Startup Weekend di Salerno e la Apple Academy alla Federico II. Ho fornito spunti di riflessione con brevi interventi in entrambe e ho notato tanta voglia di fare. Tra le startup più dinamiche mi piace ricordare la Yuoubiquo che sta rivoluzionando il settore degli occhiali intelligenti, simili ai Google Glass ma pensati per le imprese».

Qual è il problema maggiore che gli startupper italiani devono affrontare per avere successo?
«A mio avviso si tratta di un problema di mentalità, spesso ancorata a un approccio eccessivamente scolastico al mondo degli affari per cui si tende a prediligere business plan complessi e prolissi quando invece bisognerebbe sposare l'approccio di lean startup reso celebre dal libro di Eric Ries. L'idea è quella di procedere per tappe, con prototipi ed essendo pronti a modificare approccio in maniera agile e rapida».

Quale consiglio si sente di poter dare a chi decide comunque di buttarsi in questo mondo?
«Per dirla in napoletano, ci vuole cazzimma, quella hybris che i Greci avevano e che colonizzando le nostre terre duemila anni fa ci hanno inculcato. Ciò vuol dire non mollare mai e, dove gli altri intravedono ostacoli, percepire sfide da superare».

È possibile avere successo restando in Italia?
«Io non ce l'ho fatta, ad esempio, con la rivista europea che fondai durante l'università, CafeBabel.com, che mi spinse a trasferirmi in Francia dove poi rimasi nove anni prima di trasferirmi a Stanford e quindi in Silicon Valley. In Italia esiste troppo nepotismo e gerontocrazia. Detto questo, qualcosa si muove: negli ultimi anni ci sono stati molti sforzi per aiutare l'ecosistema startup a crescere e nel mio piccolo cerco sempre di dare una mano. L'Italia è il paese dove si vive meglio e più a lungo. È un paese che ha la potenzialità di attrarre i migliori cervelli al mondo. Ma prima di parlare di startup bisognerebbe risolvere problemi secolari come la non certezza del diritto, l'erosione della legalità e una pressione fiscale eccessiva. Tutte cose che nuocciono al mondo degli affari e quindi all'innovazione».

I progetti futuri sono top secret e dice di non aver avuto successo in Italia, ma ci è legato. Ha mai pensato di tornare? O senza ritrasferirti da questo lato dell'oceano, investirebbe in realtà italiane già esistenti o da creare da zero?
«Torno in Italia un paio di volte all'anno e con Internet restare in contatto con amici è fattibilissimo. Mi piange il cuore quando vedo l'Italia sull'orlo del baratro populista. Anche nel Bel Paese, purtroppo, in troppi cedono alle sirene della retorica facilona, dell'uomo forte, della teoria dei complotti. Si tende a dare tutto per scontato: la democrazia, la libertà di movimento, le libertà economiche, così come la pace tra le nazioni europee. Si tende a dimenticare che se torniamo a frontiere ermetiche e protezionismo avremo la quasi garanzia di rovinare quanto di bello l'Europa ha costruito negli ultimi decenni. La sfida, oggi, non è chiudersi a riccio sul mondo, ma formare le nuove generazioni alle nuove tecnologie, alle lingue straniere, alle competenze che permettono di trovare e, perché no, crearsi un lavoro. Questo è l'approccio che mi ha permesso di realizzare quello che ho realizzato e che vorrei tanto poter comunicare di più al mio paese di provenienza».

Secondo lei nel mondo delle startup al Sud esistono campi ancora poco battuti e che hanno invece grandi potenzialità?
«Io penso alla valorizzazione dei nostri attivi che ci sono stati dati dai nostri avi e dalla storia. I prodotti enogastronomici, l'archeologia, il turismo... Sono tutti settori sottovalutati se si pensa che l'Italia, quinta, non è neanche sul podio delle principali destinazioni turistiche internazionali. Una provocazione: Airbnb, la startup che ha rivoluzionato il settore alberghiero, sarebbe dovuta essere italiana. Chi più di noi ha il senso dell'ospitalità? Ricordo ancora da ragazzo di aver dormito a casa di persone incontrate il giorno stesso in cambio di una modica cifra quando giravo la Sicilia con mia moglie».

Sa che un antenato italiano di Airbnb esiste, si chiama House Travelling ed è nato a Napoli ben prima del cugino californiano?
«È la prova che le idee contano, certo, ma l'ecosistema intorno è ancora più importante».
Martedì 9 Maggio 2017, 15:29 - Ultimo aggiornamento: 09-05-2017 19:52
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