Corinaldo, un altro della banda nega le accuse: «Alcuni di loro nemmeno li conosco»

Corinaldo, un altro giovane della banda nega le accuse: «Non c'entro con lo spray»
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Due gruppi diversi, arrivati a Corinaldo su due vetture, consapevoli della reciproca presenza nella discoteca, ma una delle due squadre comincia a prendere distanza dall'altra con cui avrebbe messo a segno decine di colpi simili in tutto il centro e nord Italia. Colpi tutti studiati, pianificati, nei pomeriggi trascorsi insieme tra canne, strisce di coca, col solo pensiero di fare più grammi d'oro e soldi possibili. 

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È quanto emerge dal secondo giorno di interrogatori di garanzia per i sette indagati per la tragedia della Lanterna Azzurra. Il «giochino» dei furti a strappo finito male a dicembre scorso, nel caos e nel sangue di sei persone morte schiacciate nella calca infernale generata dagli spruzzi dello spray al peperoncino, fa vacillare la banda modenese.

Dopo il primo interrogatorio, ieri a Genova, per uno dei presunti capibanda, Andrea Cavallari, oggi sono stati ascoltati gli altri cinque giovani indagati, Ugo Di Puorto, Raffaele Mormone, Moez Akari, Badr Amouiyah detenuti a Modena e Souhaib Haddada detenuto a Ravenna, e Andrea Balugani, il 'nonnò 65enne accusato di ricettazione. La 'bandà sceglie per ora la linea del silenzio, avvalendosi davanti al giudice della facoltà di non rispondere, in maniera quasi compatta.

Non si rompe il patto tra Di Puorto e il cugino Mormone, che nella trasferta Modena-Corinaldo erano con Badr Amouiyah sull'auto di Eros Amoruso, il ventenne morto ad aprile in un incidente stradale con la stessa Lancia Y con cui aveva accompagnato gli amici alla Lanterna Azzurra. Ma la compattezza si spezza. Oggi un altro arrestato ha parlato sui fatti di Corinaldo. 

 

​È Moez Akari che, come fatto il giorno prima dal compagno della sua batteria Andrea Cavallari, si è avvalso della facoltà di non rispondere per tutti i capi di imputazione tranne per quelli legati alla tragedia della discoteca anconetana, dai quali ha preso le distanze. Moez, il 'maestro del gas' per l'uso abituale dello spray al peperoncino durante i furti nei locali, «ha ribadito l'assoluta estraneità alla vicenda di Corinaldo», spiega il suo avvocato Gianluca Scalera all'uscita del carcere Sant'Anna di Modena.

Moez «sconvolto», aggiunge il legale, «era lì, ma non c'entra niente con il discorso dello spray» e «non ha avuto alcun tipo di contatto con gli altri, alcuni dei quali nemmeno conosceva». «I miei assistiti non danno la colpa a nessuno», precisa Scalera che difende anche Cavallari e Haddada, «dicono che non sono stati loro, che non hanno utilizzato lo spray e che non hanno avuto contatti con gli altri indagati».

Sotto la lente proprio i punti di contatto tra i sette giovani (compreso Eros, morto durante le indagini) la sera tra il 7 e l'8 dicembre a Corinaldo. La loro compresenza sul posto, secondo l'inchiesta di Ancona, emerge dall'incrocio dei dati dei tabulati telefonici e del Gps di una delle vetture usate (quella di Eros). E tra i componenti dei due gruppi, durante i viaggi di andata e ritorno, ci sono state telefonate, in particolare tra Badr e Raffaele (in auto con Ugo ed Eros) con Souhaib, che viaggiava insieme ad Andrea e Moez. Contatti che saranno passati al setaccio dalla difesa.

Mentre le indagini devono ancora chiudere il cerchio su altre figure, diversa appare la posizione di almeno uno degli indagati, Ugo Di Puorto, le cui tracce di Dna sulla bomboletta spray rinvenuta in discoteca lo indicano come l'autore materiale della spruzzata che ha generato l'onda mortale di panico alla Lanterna Azzurra. Ugo oggi è rimasto in silenzio ma il suo legale (e di Raffaele), Pier Francesco Rossi, non esclude che entrambi possano chiedere di essere sentiti nei prossimi giorni.​
Martedì 6 Agosto 2019, 15:45 - Ultimo aggiornamento: 7 Agosto, 10:24
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