Covid, Fantoni (Gemelli): «Ondata più veloce del previsto, sistema ospedaliero in saturazione»»

Venerdì 16 Ottobre 2020 di Graziella Melina
Un medico in un reparto Covid

La rete ospedaliera dedicata ai pazienti Covid non è ancora pronta. I posti letto sono tutti pieni. E prima di essere ricoverati spesso tocca aspettare in Pronto soccorso per due tre giorni. Per Massimo Fantoni, responsabile dell’Unità Covid Columbus del Gemelli di Roma, è tutta una questione di tempi e di organizzazione. «Appena la curva dei contagi è iniziata a crescere - spiega - avrei individuato da subito strutture alberghiere e altre da riconvertire e avrei identificato subito delle strutture di lungo degenza per pazienti Covid positivi. Alla prima urgenza si sta rispondendo, ma alla seconda meno».

Com’è la situazione in questo momento?
«Tutti quanti stiamo sperimentando che c’è una fortissima pressione di ricovero e quindi gli ospedali dedicati sono andati abbastanza rapidamente in saturazione. I pronto soccorso a Roma sono in sofferenza, non riescono a sopperire a tutte le necessità. Spesso servono due tre giorni di attesa per essere ricoverati. E presto con l’arrivo dell’influenza la situazione non potrà che peggiorare». 

Sembra quasi che l’epidemia vi abbia colto di nuovo alla sprovvista.
«Da marzo a maggio, gran parte delle attività ospedaliere e in parte anche extraospedaliere di offerta sanitaria erano state chiuse e quindi tantissime risorse sono state messe immediatamente a disposizione per fronteggiare l’epidemia. Con questa nuova ondata, che è stata forse anche più veloce del previsto, abbiamo dovuto fare i conti col fatto che, avendo nel frattempo riaperto tutte le attività sia di degenza che ambulatoriali, ora è difficile richiuderle repentinamente».

Quindi, non avendo provveduto in tempo a creare posti letto covid, bisognerà far sloggiare di nuovi i pazienti degli altri reparti?
«Nella nostra struttura fino ad ora non è avvenuto, perché il Columbus Covid Hospital ha funzionato da polmone, da grande serbatoio di ricovero, ma siamo andati progressivamente aumentando i posti letto fino a raggiungere la capienza concordata, e quindi siamo completamente sempre pieni e non riusciamo a sopperire alle richieste del pronto soccorso».

Le Regioni avrebbero dovuto forse pensarci prima?
«La rete ospedaliera, la rete di malattie infettive, la rete Covid qui a livello regionale si è mossa, però naturalmente i tempi di questa riattivazione di servizi, di beni, di attrezzature nella migliore delle ipotesi richiede giorni. Naturalmente ci sono poi alcune carenze storiche pre-covid nella rete territoriale che vanno ancora più in sofferenza quando siamo ancora di fronte ad un’emergenza. Si sta potenziando la rete in termini di letti per pazienti covid acuti in terapia intensiva e subintensiva. Però al momento non c’è stata attivazione in termine di letti per rsa o lungo degenti covid dedicati. Comunque sia l’offerta al momento è insufficiente».

 

Oltre ai posti letto mancano pure i medici?
«C’è stata una messa a regime per quanto riguarda gli organici durante la prima ondata. Per aumentare i posti letto ovviamente sono state utilizzate risorse umane che vengono tolte da altri servizi. Nel frattempo, in parte sono rimaste dedicate al covid, in parte sono tornate a fare le loro attività. Quindi ovviamente adesso si tratta di fare nuovamente uno sforzo organizzativo imponente per riallocare le risorse umane sia in termini di infermieri che di medici».

Se non si provvede subito cosa potrebbe succedere?
«Fino a questo momento il sistema sta rispondendo, però la tensione non è la stessa di un mese fa. È come un elastico che si sta stendendo, un serbatoio che si sta riempiendo. Ci dobbiamo sforzare di fare le dimissioni dei pazienti. C’è sempre qualcuno che aspetta in Pronto soccorso qualche giorno in più. Ma il problema è che ovviamente è difficile dimetterli perché non ci sono strutture dedicate dove mandarli. E’ sempre una corsa contro il tempo. Se non si potenzia la rete, c’è il rischio che entro una settimana o due il sistema venga messo in tensione e andrà in crisi».

E intanto gli altri pazienti?
«Se sarà necessario chiudere reparti di medicina di chirurgia per far fronte all’epidemia, inevitabilmente ci saranno dei ritardi nell’assistenza ordinaria. E’ una preoccupazione che ormai abbiamo tutti quanti».

 

 

Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 08:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA