Funivia Mottarone, lo sfogo del gestore Nerini: «La prima cosa che farò ora? Occuparmi dei risarcimenti»

Lunedì 31 Maggio 2021 di Valentina Errante
Funivia Mottarone, lo sfogo del gestore Nerini: «La prima cosa che farò ora? Occuparmi dei risarcimenti»

«Il mio pensiero va alle vittime. La prima cosa che farò è occuparmi del risarcimento». Dice poche parole all'uscita dalla casa circondariale di Verbania, alle 2 della notte tra sabato e domenica, Luigi Nerini, il gestore dell'impianto di Mottarone. È provato e non solo dal carcere: «Bisogna trovare i responsabili, non c'è motivo di gioire, bisogna capire cosa è successo». Qualche ora più tardi ai più intimi: «Non ho mai risparmiato sulla sicurezza, pago 127mila euro all'anno per la manutenzione». Il riferimento è alla ditta Leitner che si occupa della manutenzione. Preferisce non commentare, invece il capo servizio della funivia, Gabriele Tadini, l'unico che non torna libero e va ai domiciliari. Ha già parlato davanti agli inquirenti, ha ammesso di avere ordinato che fossero inseriti i forchettoni, bloccando il sistema frenante, per impedire che la cabina si fermasse. Ma ha accusato anche Nerini ed Enrico Perocchio, il direttore di esercizio, sostenendo che sapessero. Per Tadini parla il suo avvocato, Marcello Perillo: «Non avevo chiesto assolutamente la libertà, perché la questione del blocco frenante è colpa sua, su questo aspetto è indifendibile, per cui mi sembrava anche offensivo nei confronti di tutti chiedere la libertà».

 

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«Finito un incubo»

A commentare la tragedia e la scarcerazione, all'uscita della casa circondariale di Verbania, in piena notte, è invece Perocchio, ingegnere esperto in funivie e anche dipendente del gruppo Leitner di Vipiteno della famiglia Seeber, la società che ha fornito le cabine e che si occupa della manutenzione dell'impianto di Mottarone. Perocchio indossa lo stesso maglione blu che aveva martedì sera quando, alle 23, è stato convocato a Stresa, in caserma. Immaginava di dovere rispondere alle domande degli inquirenti da testimone e invece è stato arrestato, senza essere mai interrogato. «È finito un incubo. Sono stati quattro giorni, anzi sei, molto duri. Sono disperato per le 14 persone, vittime di questa tragedia», commenta.
Prima di entrare nell'auto del suo avvocato, Andrea Da Parato, Perocchio ribadisce: «Io non sapevo niente di questi forchettoni. Farò di tutto per riprendere a lavorare il meglio possibile». Poi aggiunge: «Ho accolto malissimo la notizia che l'accusa fosse così grave. Ora mi sento un momento sollevato e sono contento di tornare in famiglia». Sulla questione dell'impianto frenante disattivato aggiunge: «Lavoro negli impianti a fune da 21 anni So che quella è una cosa da non fare per nessuna ragione al mondo».

 

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Ribadisce che la manutenzione era stata fatta, che tutto era a norma e non si spiega la rottura del cavo. «è un caso rarissimo ma può accadere, tanto che è previsto dalle norme di sicurezza». Ricorda il momento in cui ha appreso dell'incidente, sperava si trattasse di un accavallamento e che non fosse caduta la cabina. «Sono partito immediatamente. Credevo bisognasse occuparsi dei soccorsi - dice - al telefono non mi dicevano della strage. Credo che ricorderò per tutta la vita. Questa tragedia me la porterò sempre nel cuore. Mi son sentito morire. Continuavo a ripetermi che non era possibile. Io non potevo sapere che fossero stati messi i forchettoni, altrimenti avrei fermato l'impianto. Si poteva star chiusi uno o due giorni, in un periodo di bassa stagione e il problema sarebbe stato risolto. Quando ho saputo è stato come un macigno che arriva sullo stomaco». In questi giorni, Perocchio non ha visto la Tv né letto i giornali: «Ho preferito non vedere - commenta - Stavo per le persone mancate, stavo male per la situazione, stavo male per la mia famiglia. E quindi ho visto poco. È chiaro che è una tragedia immane per le persone mancate, ma io non potevo fare niente».
Val.Err.
 

Ultimo aggiornamento: 18:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA