Kata, i genitori «nascondono informazioni che possono essere utili a ritrovarla». Sequestrati i cellulari

Per la Procura le loro dichiarazioni sono contradditorie e reticenti

I genitori di Kata sono stati perquisiti dai carabinieri. Per i pm non dicono la verità
I genitori di Kata sono stati perquisiti dai carabinieri. Per i pm non dicono la verità
di Valeria Di Corrado
Domenica 6 Agosto 2023, 13:19 - Ultimo agg. 13:21
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I genitori di Kata sono a conoscenza di informazioni che potrebbero rivelarsi preziose per il ritrovamento della bambina di 5 anni, sparita nel nulla quasi due mesi fa. Eppure non collaborano con gli inquirenti. È questa l’ipotesi che ha portato la Procura guidata dal reggente Luca Tescaroli a sequestrare i loro cellulari, e quelli di altri cinque parenti, in modo da acquisire i dati contenuti nella memoria dei loro telefoni: chat, sms, fotografie. Non sono indagati, per il momento. Ma «vi sono elementi per ritenere che possano essere a conoscenza o abbiano ricevuto da terzi importanti informazioni inerenti il rapimento della minore Mia Kataleya - si legge nei decreti di perquisizione della Direzione distrettuale antimafia - e che possano non averle riferite agli inquirenti». Proprio per cercare «le tracce di tali informazioni», che potrebbero «essere utili al ritrovamento della bambina», è importante acquisire la copia della memoria degli smartphone.
Nell’ambito dell’indagine sul sequestro di persona a scopo estorsivo (contro ignoti), ieri i carabinieri - su disposizione dei pm Christine von Borries e Giuseppe Ledda - hanno eseguito dieci perquisizioni in totale. Oltre al padre di Kata, Miguel Angel Ramon Chicllo Romero, e alla madre, Kathrina Alvarez, i militari hanno perquisito il nonno paterno, due zii paterni, uno zio materno, la moglie di quest’ultimo e altri tre soggetti esterni al nucleo familiare.

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I SOSPETTI

Entrambi i genitori, subito dopo il rapimento della piccola, avevano tentato il suicidio ingerendo piccole quantità di detersivo. Con questo gesto, forse, volevano lanciare un messaggio ai sequestratori, spinti - secondo l’ipotesi accusatoria - da propositi di vendetta legati al racket delle stanze dell’ex hotel Astor gestito dal fratello della madre di Kata, arrestato ieri insieme ad altri tre peruviani. Tre giorni dopo la scomparsa della figlia, infatti, Chicllo Romero - uscito dal carcere di Firenze, dove era recluso per reati contro il patrimonio - aveva subito iniziato a condurre delle «indagini parallele» rispetto a quelle della Procura, prendendo contatti con connazionali e cittadini romeni. Addirittura, in piena notte, si era recato in un campo nomadi alla periferia della città, alla ricerca della piccola. Poi, sentito dagli inquirenti, aveva detto che secondo lui chi aveva rapito Kata voleva in realtà sequestrare un’altra bambina che viveva nell’hotel Astor. I suoi racconti sono stati finora contraddittori, o comunque non lineari. Non sono basati su elementi concreti. Per questo hanno generato nei pm dubbi sull’attendibilità delle ricostruzioni fatte.
L’altro elemento di analisi è che la bambina era stata affidata allo zio Dominique (lo stesso finito in carcere ieri), il giorno in cui è sparita.

L’ultima sua immagine, ritrae la piccola mentre intorno alle 15,15 scende una scala interna all’Astor, come se qualcuno la chiamasse. La madre di Kata, infatti, era andata a lavorare alle 7,30 di sabato 10 giugno ed era tornata nell’ex hotel alle 15,30. Non vedendola giocare in cortile con gli altri bambini, aveva deciso - circa tre ore dopo - di chiamare i carabinieri.


IL RUOLO DELLA MADRE

«Io percepisco che Kata è ancora viva. Però ci sentiamo abbandonati, avvertiamo l’indifferenza dell’Italia - aveva detto a un mese dal rapimento della figlia a Il Messaggero - Ho l’impressione che non si stia facendo abbastanza per ritrovarla e che nei primi 10 giorni si sia perso tempo prezioso a cercarla inutilmente nell’hotel». Katherine Alvarez teme l’abbiano portata all’estero: «Per questo voglio che la sua foto venga condivisa anche fuori dall’Italia». «Non capisco perché proprio mia figlia. Non conoscevo quasi nessuno lì dentro, né ho mai avuto grandi litigi», aveva spiegato nell’intervista. Ma su questo è stata smentita da un’altra occupante, che ha riferito alla polizia un episodio in cui proprio l’Alvarez era intervenuta - in difesa di suo fratello - per cacciarla dall’hotel.

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