Licenziati dai robot? A rischio 4 milioni di posti
Trento: «Ecco come difendere il lavoro italiano»

Martedì 14 Dicembre 2021 di Diodato Pirone
L'economista Sandro Trento

Davvero c'è il rischio che i robot licenzino gli uomini? Le nuove tecnologie digitali, e in particolare quelle legate alla robotica e all'intelligenza artificiale, suscitano molte preoccupazioni, non solo in Italia.  Sul tema è stata appena pubblicata su "Stato e Mercato" (rivista de il Mulino) una ricerca di tre economisti, Emilia Filippi (Università di Trento), Mariasole Bannò (Università di Brescia) e Sandro Trento (Università di Trento), nella quale si valutano fra 4 e 7 milioni i posti di lavoro a rischio ma si delineano anche i possibili rimedi. Abbiamo approfondito il tema con il professor Trento.


Professore, chi deve temere davvero i robot? 
«Le mansioni più a rischio sono quelle ripetitive, non solo quelle manuali, mentre altre sono meno facilmente rimpiazzabili con le "macchine"».

Esempi di lavori che sopravviveranno alla rivoluzione digitale?

«Il parrucchiere. O il cuoco. In questo tipo di attività sono comprese abilità, destrezza e capacità di natura sensoriale o estetica. Poi vi sono quelle attività che richiedono intelligenza creativa, quindi capacità di soluzione di problemi, si pensi alle consulenze, o al lavoro di un avvocato o di un giudice. Infine vi sono mansioni che richiedono intelligenza sociale, vale a dire tutte quelle attività che coinvolgono relazioni tra le persone, si pensi alle attività didattiche o a quelle di cura della persona (infermieri, riabilitazione) ma anche allo psicoterapeuta e così via».

Quanto è a rischio un cassiere di banca?

«Tutte le attività più routinarie e standardizzate sono a rischio. Nelle fabbriche già da decenni la saldatura è affidata ai robot. Lo stesso sta accadendo nelle banche dove alcune attività sono sempre più affidate a sportelli automatici».

Ma negli ultimi tempi nel mirino dell'automazione sono finiti lavori anche più complessi come ad esempio quello dell'autista di taxi o dei tir?

«Il punto è che con il progresso dell'intelligenza artificiale anche attività meno routinarie saranno a rischio di sostituzione. L'avvento di vetture e camion i self-driving, per quanto assai graduale, è destinato a rivoluzionare l'intero mondo della movimentazione delle persone e delle merci».
Dobbiamo aver paura dei robots e dell'automazione?

«E' un processo difficilmente arrestabile. Del resto anche in passato è accaduto che il progresso tecnico distruggesse posti di lavori. Quante persone lavoravano con i cavalli nell'Ottocento? Con l'avvento delle automobili, dei treni e dei tram via via i cavalli sono spariti e con essi milioni di posti di lavoro. I robot per altro sostituiscono l'uomo in molte attività ripetitive e a volte pericolose per la salute umana come le verniciature degli oggetti industriali».

Nel vostro paper si parla di un rischio di automazione per 4-7 milioni di lavoratori in Italia...

«In realtà quelle sono stime sulla possibilità "teorica" di automazione. Cioè, date le tecnologie oggi disponibili e date le funzioni che le macchine oggi possono svolgere, quanti lavoratori potrebbero essere rimpiazzati nei prossimi dieci anni? La stima che abbiamo fatto è che a seconda delle ipotesi potrebbero essere tra i 7 milioni e i 4 milioni. Questo però non vuol dire che avverrà. L'automazione effettiva dipende in realtà da tutta una serie di fattori legati a come è organizzato il sistema produttivo e ai costi di impiego di queste tecnologie. Quindi il rischio effettivo - che non è facilmente calcolabile - è sicuramente più basso».

Quindi, paradossalmente, dobbiamo essere cautamente ottimisti?
«I nodi sono vari.  Innanzitutto, la velocità di distruzione di posti di lavoro sembra oggi più elevata rispetto alla creazione di nuovi posti di lavoro legati ai nuovi prodotti. Inoltre molti dei nuovi prodotti sono essi stessi realizzati con processi ad elevata automazione. Se prendiamo i giganti dell'economia digitale, Apple, Facebook, Amazon, Google e così via scopriamo che danno lavoro a un numero di persone molto piccolo se rapportato al loro stesso fatturato. Un tempo le grandi corporation tradizionali creavano moltissimi posti di lavoro come ad esempio General Motors o alle grandi imprese chimiche o ferroviarie. In secondo luogo vi è un tema legato alle competenze e quindi al rischio di emarginazione di alcune fasce lavorative».

Può spiegare meglio quest'ultimo punto?
«Il progresso tecnico privilegia le persone con più elevate competenze e capitale umano. Per lavorare al tornio bastava una formazione breve, per usare una macchina a controllo digitale si deve aver studiato per anni. Il punto è che da un lato sono espulsi lavoratori che spesso hanno qualificazione medio-bassa, e dall'altro i posti di lavoro che vengono creati sono di due tipi: o ad elevate competenze e quindi a retribuzioni medio-alte o paradossalmente lavori a bassissima qualificazione e a scarsa tutela (si pensi ai raider, i cosiddetti gig jobs). Quindi vi è un grave aumento della diseguaglianza nelle opportunità di lavoro, di carriera e di reddito ovviamente».

Il vostro lavoro fa scattare un'allarme per l'occupazione ma poi c'è anche una parte propositiva. Come possiamo sviluppare buoni posti di lavoro in futuro?
«Questo è un punto cruciale. Dovremmo ragionare sui "buoni posti di lavoro". Per cogliere le opportunità della rivoluzione digitale serve investire in formazione, ma in modo massiccio».

Che significa in concreto? 
«Dovremmo ripensare molti percorsi scolastici e renderli adeguati al nuovo contesto, parlo sia delle materie di insegnamento sia dei metodi didattici utilizzati. Va accresciuto il numero di giovani che conseguono una laurea, ancora abbiamo un forte gap rispetto ad altri paesi avanzati. In particolare servono laureati in materie scientifiche e tecnologiche, però. Servirebbe anche costruire davvero un percorso serio di formazione post-scuola secondaria, che sia più professionalizzante rispetto a quello univerisitario. Penso alle Fachhochschulen tedesche per intenderci. Un diploma di scuola secondaria sarà sempre meno sufficiente per trovare un buon lavoro».

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