Migranti, nuovo hotspot a Lampedusa in vista dell'aumento degli arrivi. E Serraj chiede a Conte più fondi per la Guardia costiera libica

Lunedì 1 Giugno 2020 di Cristiana Mangani

Gli ultimi arrivi sono avvenuti ieri: 93 migranti sbarcati al porto di Lampedusa, dopo il soccorso delle motovedette della Guardia costiera a circa tre miglia dall'isola. Verranno trasferiti oggi a Porto Empedocle (Agrigento), sulla nave allestita per far trascorrere la quarantena imposta dai protocolli per l'emergemza Covid-19. Con l'arrivo dell'estate e il movimento di barconi che tende ad aumentare, Lampedusa rischia una nuova ed ennesima emergenza. Tanto che il Viminale sta cercando di correre ai ripari, e il Dipartimento per le libertà civili sta lavorando, insieme con l'amministrazione locale, per individuare un nuovo hotspot sull'isola. Una struttura che consenta di tenere gli ospiti seguendo le regole imposte dall'emergenza del virus, e dunque con il necessario distanziamento e il rispetto delle condizioni igieniche fondamentali, soprattutto in vista della stagione estiva e dell'arrivo dei turisti.
La situazione, già complessa, deve fare anche i conti con la realtà libica, dove la battaglia è sempre più violenta, e vede il leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, messo all'angolo dalle forze di Tripoli, sostenute dagli aiuti della Turchia. In questo scenario si inserisce la telefonata fatta due giorni fa dal premier Giuseppe Conte al presidente del governo riconosciuto dall'Onu, Fayez al Serraj. Il premier ha chiesto maggiori garanzie di intervento da parte della Guardia costiera libica.  E la risposta, come avviene da tempo, è stata: servono più fondi per sostenere i pattugliamenti delle coste. Insomma, se volete che si femino le partenze, dovete finanziare le operazioni di soccorso. Inoltre, c'è da dire, che i trafficanti di uomini sembrano aver cambiato strategia: da quando nel Mediterraneo non ci sono più le navi delle Ong che intervenivano per i soccorsi, non fanno partire più gommoni semi-sgonfi che si fermano dopo poche miglia, ma spediscono 100-150 persone sui vecchi barconi di legno che gli permettono di superare l'area sars libica e di entrare direttamente nelle acque italiane.
Il malessere di Tripoli nei confronti dell'Italia è stato manifestato più volte dall'esecutivo: sia per la posizione politica tenuta dal nostro paese che non si è schierato in modo netto tra Serraj e Haftar, sia per l'avvio dell'operazione
“Irini”, che ha sostituto EunavforMed Sophia, per garantire l'embargo delle armi, e che i tripolini vedono come un favore al generale Haftar che, invece, può continuare a riceverle dagli altri confini. «L’Italia deve fornire un vero supporto alla guardia costiera libica – avrebbe insistito al Serraj con Conte durante il colloquio telefonico – per continuare il suo ruolo efficace nel salvataggio dei migranti». Una frase che ribadisce l'insoddisfazione per l’attuale sostegno dato da Roma. E questo nonostante ci leghi un memorandum, firmato nel 2017 e rinnovato nello scorso mese di novembre.
La conversazione avrebbe toccato anche un altro tema: Serraj ha chiesto al nostro Paese
 un aiuto per sminare le aree della capitale che sono state abbandonate dagli haftariani e lasciate agganciate agli edifici civili, quindi pronte a colpire gli abitanti quando torneranno nelle proprie case. Molte di queste mine sono simili a quelle viste nel Donbas ucraino nel 2014. E quindi potrebbero essere state collocate dai mercenari russi del Wagner group, che anche in Ucraina hanno avuto un ruolo. Sulla guerra in Libia, Mosca continua a tenere un atteggiamento ambiguo: da una parte lavora per costruire una sfera di influenza nell’Est del Paese, dall'altra tiene in piedi i rapporti con Tripoli, tanto che il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha invitato per un colloquio al Cremlino sia il vicepremier Maiteeg che l’omologo libico, Mohamed Taher Siala. 

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