Pompei, ecco come sono stati ricostruiti i corpi dei due fuggiaschi: «Un identikit mai raggiunto prima»

Domenica 22 Novembre 2020 di Laura Larcan
Pompei, ecco come sono stati ricostruiti i corpi dei due fuggiaschi: «Un identikit mai raggiunto prima»

Il vuoto, sotto quegli strati di cenerite compatta, è stato avvertito gradualmente. I sondaggi con il laser scanner hanno dato la conferma. Due corpi umani, sepolti nella trappola mortale della furia del Vesuvio di quelle ore tra il 24 e il 25 ottobre del 79 d.C. quando Pompei venne devastata in ondate piroclastiche. Resti umani e tessuti organici in due impronte di disperazione: un uomo di circa quarant’anni avvolto ancora nel suo mantello di lana, e un ragazzo forse di appena diciotto anni, in tunica, probabile schiavo.

Un rinvenimento sorprendente, avvenuto pochi giorni fa nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana, subito fuori dalle mura della città, l’aristocratica tenuta di epoca augustea con terrazze che scendevano fino al mare, da tre anni al centro di una vasta campagna di indagini e restauri da parte del parco archeologico. Una scoperta rarissima per i moderni scavi di Pompei, perfetta per sfruttare la nuova sofisticata tecnica di realizzazione dei calchi, molto più aggiornata rispetto a quella messa a punto a metà Ottocento da Giuseppe Fiorelli.

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«Rispetto all’800, prima di effettuare il calco abbiamo condotto una serie di analisi multidisciplinari», spiega l’archeologo Massimo Osanna che ancora guida il parco fino alla nomina del nuovo direttore. «Un’antropologa fisica ha raccolto tutti i dati possibili sulle ossa visibili - continua Osanna - ricostruendo così l’età e le condizioni di salute delle vittime al momento dell’eruzione. Questa parte della ricerca è stata documentata con le più moderne tecniche digitali, come il laser scanner, che ha portato a ricostruire il modello 3D di parte dello scheletro. Solo dopo queste analisi si sono realizzati i calchi, colando del gesso con una particolare composizione che ha portato ad una migliore definizione dei dettagli, come ad esempio il panneggio della veste dello schiavo, o il mantello di lana dell’uomo». Dettaglio non da poco, quello del mantello di lana.

La presenza di pesanti vesti testimoniate dalle impronte dei tessuti, sembrano confermare ancora una volta la data autunnale dell’eruzione, tra il 24 e il 25 ottobre, come suggeriscono tutte le più recenti scoperte. È lo stesso ministro Dario Franceschini a definirlo come un «ritrovamento stupefacente». La villa aveva già fatto parlare di sè nel 2017 quando aveva restituito i resti di tre cavalli di razza, uno addirittura bardato. E il nome graffito di una bimba, la piccola “Mummia”, aveva fatto ipotizzare l’appartenenza alla blasonata famiglia romana dei Mummii. La realizzazione dei calchi è un’impresa.

Dobbiamo immaginare che i corpi dei defunti, costituiti di scheletro, parti molli del corpo e fibre organiche di rivestimento, nel tempo si decompongono per l’azione batterica, lasciando però nella cenerite la cavità con l’impronta di tutte le loro forme e volumetrie, anche le più piccole. «Abbiamo usato un gesso particolare, dettato dall’esigenza di catturare le più piccole parti impresse nella cenerite - spiega Roberta Prisco, la restauratrice che ha curato tutta questa operazione - Si tratta tecnicamente di un solfato di calcio semiidrato, che assorbe meglio la molecola d’acqua: è grazie all’acqua che avviene l’operazione di indurimento».

«Quando viene colato il gesso nella cavità, deve riempirla per ottenere più dettagli possibili dell’impronta. E qui abbiamo catturato particolari incredibili». Le fibre di lana del mantello per l’uomo, il panneggio della tunica corta, con tracce di lana, del giovane, fino alle vene della pelle. «Ma è quando arrivi al viso che misuri tutta l’umanità delle persone - noi abbiamo catturato l’impronta delle palpebre con la linea delle ciglia, il naso, le orecchie, la piega delle labbra, addirittura i denti con lo smalto bianco lucido...», racconta Roberta Prisco con l’emozione nella voce. «Cogli l’espressione disperata che hanno, soprattutto il ragazzo: è sorpreso, terrorizzato, percepisci tutta la tensione di essere stato travolto all’improvviso, la bocca è semiaperta», indica la Prisco.

Il calco ha restituito tutta la fragile giovinezza del ragazzo (alto 156 centimetri): il volume delle mani, le vene, le piccole dita, le gambe affusolate, le spalle esili, i piedi con le caviglie e i talloni nudi, lisci. Aveva tra i 18 e i 23 anni. Il secondo calco è di un uomo adulto (30-40 anni, 162 centimetri): sul viso si vedono le guance perfettamente conservate, la testa è riversa all’ingiù, con le gote segnate da pieghe naturali. Nella tensione delle labbra echeggia tutta la disperazione. I calchi sono ancora appoggiati nella cenerite. A breve saranno rimossi e portati in laboratorio per completare l’asciugatura e il restauro. Li attenderà, poi, l’esposizione.

«Dopo 40 anni, si è tornati a realizzare dei calchi a Pompei - riflette Osanna - Ora, grazie a un team interdisciplinare possiamo raccogliere una grande quantità di dati, che prima andavano perduti e che ci permettono di ricostruire le biografie di queste vittime. Analisi di laboratorio che faremo in seguito ci permetteranno di conoscere ancora più nel dettaglio la vita di queste persone, dalla provenienza all’alimentazione, raccontandoci la vita di chi viveva nelle ricche campagne pompeiane». Cosa ci racconta ancora di Pompei questa scoperta? «Una tragedia - avverte Osanna - bloccata nel suo momento di massima violenza, e il tentativo di fuga nei brevi momenti precedenti l’ultima devastante colata piroclastica».

Ultimo aggiornamento: 13:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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