Suicidio assistito, Fraticelli: «Amo la vita più di chiunque, ora potrò scegliere di finirla»

Giovedì 26 Settembre 2019 di Valentina Errante

«Io amo la vita». Lo ripete più volte Gustavo Fraticelli, 54 affetto da tetraparesi spastica. Da oltre vent'anni non è più in grado di camminare, parla a fatica e combatte per una legge che legittimi il suicidio assistito. «Quando non potrò più alimentarmi e curare in modo autonomo la mia igiene personale sceglierò di morire. Non avrà più senso resistere».

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Anche lui, con Marco Cappato e Mina Welby, è stato rinviato a giudizio per istigazione al suicidio: nel 2017, con l'associazione Sos eutanasia, ha aiutato a morire Davide Trentini. Una vicenda analoga a quella di dj Fabo. Trentini dal 93 era affetto da sclerosi multipla. Ad aprile 2017 Cappato e Welby lo hanno accompagnato in Svizzera. Adesso è probabile che il Tribunale di Massa dichiari chiuso il processo. La Corte Costituzionale è stata chiara.

Non punibile: la Consulta ha deciso. Una decisione rivoluzionaria. Cosa vuol dire per lei questo verdetto?
«Vuol dire che da oggi possiamo finalmente considerarci più liberi. E che la Corte costituzionale ha aperto la strada a una legge adeguata. Il diritto di decidere è di ognuno di noi, ed è giusto che anche chi non è attaccato a una macchina ma è affetto da patologie irreversibili e sofferenze insopportabili, possa scegliere liberamente se vivere o morire. A questo punto l'intervento legislativo dovrà essere rapido, non si potrà più ritardare».

Non crede che ci siano ampi margini di rischio nel legittimare, in qualche modo, il suicidio?
«Certo, purtroppo il nostro Parlamento, nonostante l'indirizzo della Corte costituzionale fosse chiaro, non è stato in grado di affrontare la questione. La politica l'ha deliberatamente ignorato. Non voglio fare becere considerazioni. Ma la Corte è costretta a supplire definendo il perimetro che sarebbe toccato a una legge stabilire».

Lei dice che quando non sarà più autonomo sceglierà il suicidio assistito.
«Sono l'essere che ama di più la vita. Ho lottato sempre per essere autonomo, nonostante le mie disabilità. Mi sono laureato e ho lavorato. Ho avuto un'esistenza normale. Ma la dignità, dal mio punto di vista, fa parte della vita. Una vita dignitosa è un mio diritto. E lo Stato non può negarmela. Anche perché penso che, negli ospedali, attualmente, si verifichino scelte di questo tipo tutti i giorni. E quotidianamente vengano praticate. E invece in un paese civile i diritti sono garantiti».

Il mondo cattolico si oppone a un simile indirizzo. Perché, ripetono, la vita è sacra.
«Anche per me la vita è sacra. E proprio per questo penso che quando non sia più tale e si trasformi unicamente in sofferenza, debba essere interrotta. Io rispetto il mondo cattolico e pretendo lo stesso rispetto. Ho una disabilità pesante, aggravata dall'età, so che non potrò migliorare, ma dopo avere tanto lottato per la mia autonomia, non credo vorrò più vivere quando l'avrò persa. Chiederò il suicidio assistito».

Perché, pensa che questa questione sia stata così a lungo rinviata?
«Un disabile immobile e non vedente, spesso neppure cosciente, possiamo definirlo vivo? Ci sono asserite convenzioni che devono essere superate dal diritto della persona. Il cardine di questa vicenda è che se io esercito una scelta, che è mia prerogativa, non danneggio gli altri, ma rispondo unicamente alla mia dignità personale.
 

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