No all’Aquila, sì a Tirana
follie dei test di medicina

Lunedì 8 Dicembre 2014 di Marco Esposito
Questa storia inizia all'Aquila alle 3:32 del 6 aprile 2009. E non è ancora finita, perché se fosse finita come hanno deciso i giudici del Consiglio di Stato - accogliendo il ricorso del governo e annullando le lauree e gli esami di ragazzi che dopo il sisma si erano trasferiti dalla Romania all'Università dell'Aquila - qualcuno in Italia dovrebbe vergognarsi. Ma le vie della giustizia, si sa, sono infinite e quel che viene negato a ottobre 2014 a studenti rientrati nel 2009 dalla Romania per studiare medicina all’Aquila, viene concesso a dicembre 2014 ad altri studenti che hanno chiesto di spostarsi da Tirana all’Università di Tor Vergata, mettendo fine alla loro esperienza di aspiranti medici in Albania per quella meno scomoda di studenti a Roma.



Una vicenda ingarbugliata - quella che passa dalla Romania all’Aquila, da Tirana a Tor Vergata - che ha sullo sfondo il numero chiuso e i famigerati test di medicina, nati nel 2000 per preselezionare gli studenti e diventati in poco tempo un modo non sempre trasparente per gestire corsi di preparazione e alimentare il fenomeno della corsa alle meno rigide università di medicina estere, soprattutto spagnole, rumene e albanesi.



Nessuno ha dimenticato cosa accadde quella notte in Abruzzo. Il terremoto spazzò via la vita di 309 persone e, tra queste, di 55 ragazzi dell'Università, travolti dal crollo della Casa dello studente. L’Aquila, città universitaria, rischiò di perdere una delle proprie caratteristiche per la fuga, comprensibile, degli allievi. Il rettore dell’epoca, Ferdinando Di Orio, cercò di contrastare il declino in tutti i modi: prese in affitto strutture che rimpiazzassero quelle inagibili riuscì a far azzerare o quasi le tasse universitarie.



Ciò nonostante i 27.168 iscritti del 2008-2009 scesero a 21.463 l’anno accademico successivo. Tra le iniziative del rettore Di Orio per attirare nuovi studenti all’Aquila ci furono due bandi per invitare al trasferimento nell’ateneo abruzzese 46 studenti in medicina e 42 in odontoiatria, per anni di corso successivi al primo. Un’offerta che, sia pure formalmente rivolta a studenti della comunità europea di qualunque paese, di fatto era un’opportunità per il rientro in Italia di studenti bocciati ai test di ammissione a medicina e odontoiatria, i quali si erano iscritti all’estero, dove le regole per il numero chiuso sono diverse e meno stringenti rispetto a quelle italiane. A rispondere al bando dell’Università dell’Aquila furono soprattutto ragazzi iscritti a medicina in Romania, presso la Vasile Goldis di Arad, un ateneo che proprio quell’anno aveva deciso di aumentare la retta da 3.000 a 4.000 euro per i non rumeni.



La possibilità di rientrare in Italia e di non pagare le tasse universitarie, insomma, spinse una sessantina di studenti ad accettare. E forse, considerato che si parla di aspiranti medici, nella scelta di trasferirsi nell’ateneo colpito dal sisma c’era anche il desiderio di contribuire alla ricostruzione sociale ed economica della città abruzzese.



A settembre del 2009 i ragazzi che avevano preso parte al bando ricevettero la lettera di accettazione della domanda, anche perché i posti disponibili non erano stati tutti coperti e quindi non era stata necessaria una selezione. I corsi cominciarono, ma intanto la burocrazia ministeriale stava per mettersi in moto. Il Ministero dell’Università (Miur), all’epoca guidato da Mariastella Gelmini, vide nella mossa del rettore Di Orio un aggiramento della legge del 1999 sull’accesso ai corsi universitari, legge che ha istituito il numero chiuso per medicina e odontoiatria e per altre facoltà di tipo tecnico. Secondo il Miur i test di accesso sono obbligatori non solo per l’iscrizione al primo anno ma anche per anni successivi al primo, nei confronti di studenti italiani o di altri paesi con cittadinanza europea, anche se provenienti da università europee che prevedono la prova di accesso al primo anno di corso. Il ministero scrive una nota il 26 ottobre di quel drammatico 2009 e il rettore dell’Aquila si adegua: il 9 novembre annulla i decreti di immatricolazione adottati nei mesi precedenti. E gli studenti? Ormai avevano chiuso i rapporti in Romania e si erano trasferiti all’Aquila. Si consultano e nasce l’idea di ricorrere al Tar. Alcuni si rivolgeranno al Tar dell’Aquila, altri a quello del Lazio. La mossa si rivela corretta ed entrambi i Tar danno ragione ai ricorrenti, prima con la sospensiva e poi, nel 2012, con il giudizio di merito. Anche chi si era appellato direttamente al Capo dello Stato il 20 giugno 2011 si vede accogliere il ricorso straordinario. I ragazzi quindi non interruppero mai gli studi e iniziarono a superare gli esami, che talvolta si tenevano nelle tende o nei container. I primi a laurearsi nel gruppo furono uno studente di Aversa, uno di Napoli e due fratelli di Teramo. Ma la macchina burocratica non si dà per vinta.



Dopo la Gelmini, a fine 2011 al Miur arriva Francesco Profumo e scatta il ricorso contro la sentenza del Tar del Lazio. Il ministero insiste nella necessità di affrontare il test di ingresso anche dopo il primo anno e cita a riprova il decreto del rettore dell’Università dell’Aquila numero 1466 del 2010, il quale però è successivo alla vicenda, che si è svolta nell’autunno del 2009 (decreto rettorale 1044/2009).





Gli avvocati del ministero dell’Università sottolineano che in Europa c’è la regola del reciproco riconoscimento dei diplomi, ma che «gli odierni appellati», espressione che tradotta dal giuridichese vuol dire i ragazzi che hanno vinto al Tar e che ora subiscono l’appello del governo, «non sono in possesso di un titolo di studio o di formazione di cui sia possibile richiedere il riconoscimento in Italia».



Gli studenti, insomma, sono accusati di voler studiare e di non essere già laureati. Il Consiglio di Stato il 6 febbraio del 2013 sospende gli effetti della sentenza del Tar del Lazio e in pratica congela i percorsi degli studenti rientrati dalla Romania in Abruzzo. Alcuni di loro, però, nel frattempo si sono laureati e si iscrivono all’albo, chi come medico, chi come odontoiatra. Passa ancora un anno e mezzo, cambiano due ministri (dopo Profumo è la volta di Maria Chiara Carrozza e poi di Stefania Giannini) e finalmente il Consiglio di Stato, sesta sezione, si esprime nel merito.



È il primo ottobre 2014 e la tesi dei burocrati del ministero dell’Università viene accolta in pieno: quei ragazzi non avrebbero mai dovuto trasferirsi all’Aquila e quindi gli esami sostenuti (e le lauree) dovranno essere annullate. Il Consiglio di Stato «ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa». La vicenda, però, non si chiude qui. L’Università dell’Aquila, dove nel frattempo il rettore è diventato Paola Inverardi, non ha finora dato seguito alla sentenza del primo ottobre lasciando i ragazzi nel limbo.



Il Consiglio di Stato, intanto, si è riunito in adunanza plenaria il 19 novembre scorso per decidere una linea comune sul tema del rientro degli studenti dall’estero in facoltà a numero chiuso. La decisione presa il 19 non è stata ancora pubblicata tuttavia il 5 dicembre è stata depositata una ordinanza della stessa sezione (la sesta) che ha bocciato i ragazzi rientrati dalla Romania e che stavolta segna una svolta in materia. Viene infatti accolta, sia pure in forma cautelare, l’iscrizione a Tor Vergata di duecento studenti italiani provenienti dalla facoltà di medicina dell’Università Nostra Signora del Buon Consiglio dell’Albania.



Certo, il Consiglio di Stato non si è ancora espresso nel merito perché l’udienza si terrà soltanto il 4 giugno dell’anno prossimo. E va sottolineato che il caso della Buon Consiglio di Tirana è un unicum perché l’ateneo è formalmente una succursale estera di Tor Vergata, dove si studia in italiano con docenti italiani e si entra con un test preparato a Tor Vergata. Tuttavia è la prima volta che sul tema dei rientri dall’estero viene respinto dal Consiglio di Stato il ricorso del ministero dell’Università e che si consente agli studenti italiani all’estero di trasferirsi in Italia per proseguire gli studi, aggirando così il numero chiuso nazionale.



Numero chiuso che ha già subìto quest’anno, con una raffica di ricorsi vinti dalla coppia di avvocati romani Michele Bonetti e Santi Delia, due colpi durissimi prima con l’iscrizione in soprannumero di 5.000 studenti che avevano fatto ricorso ordinario al Tar dopo le irregolarità ai test dello scorso aprile e poi di altri 2.000 studenti che hanno fatto per le medesime ragioni ricorso straordinario al Capo dello Stato.



Gli italiani che studiano in università straniere sono 44.000 e si stima che diecimila siano all’estero esclusivamente per aggirare le regole del numero chiuso in medicina, per cui potrebbero essere interessati a infilarsi nel buco nella diga aperto dalla sentenza per il Consiglio di Stato per l’Albania. E ancor di più sono interessati i ragazzi rientrati dalla Romania nel 2009 per sfidare la sorte all’Aquila, senza pensare che i pericoli non sarebbero arrivati dalle scosse telluriche ma dalle sentenze della giustizia amministrativa.
Ultimo aggiornamento: 23:16