Assunta madre, la cena per il boss agli arresti, e Senese lo ringrazia: «Ti penso». L'anteprima sul Messaggero Digital

Mercoledì 10 Maggio 2017 di Michela Allegri
Una cena a base di pesce fresco, organizzata tra le corsie di una clinica privata. Il festeggiato non è una persona qualunque: è “O Pazzo”, Michele Senese, che stava scontando gli arresti nella casa di cura Sant’Alessandro, a Roma. A occuparsi del party, Gianni Micalusi, seguito e intercettato dagli inquirenti. Lo sorvegliano nel 2011, quando fa recapitare al boss un sontuoso banchetto a base di cruditè appena pescate. Il ristoratore è affezionato al capomafia, lo chiama «zio», gli chiede se abbia gradito la sorpresa. La risposta - si legge nell’ordinanza del gip Annalisa Marzano - lascia spiazzati gli inquirenti: «Io ti penso sempre con simpatia, anche se tu non pensi a me», dice Senese, che nonostante i divieti comunica con l’esterno e ordina subito altre prelibatezze «per dieci persone». Micalusi è un amico di famiglia. Anche il padre del boss, Vincenzo, detto «Il Nonno», si rifornisce - senza pagare - nella pescheria di Johnny, in via Marmorata, quartier generale del ristoratore.

Nel 2015, Micalusi commenta con “O Pazzo” la sentenza d’appello con cui un uomo del clan, Carlo Zizzo, è stato condannato a 14 anni per stupefacenti. Sconterà la pena ai domiciliari. Nonostante il divieto di comunicazione, Johnny si presenta a casa sua con la moglie, porta ancora una volta pesce fresco per festeggiare l’uscita dal carcere. È il 20 dicembre. «È uscito zio - dicono i coniugi col figlio - andiamo a salutà».

Dagli anni ‘90, anche l’ex cassiere della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, e la sua famiglia, sono contatti costanti. Micalusi racconta loro degli affari e dei progetti di espansione. Progetti che, per l’accusa, sono possibili grazie all’escamotage illecito orchestrato da Johnny, con la complicità dei figli, del commercialista, di un prestanome e di un direttore di banca. Sono sempre le intercettazioni a restituire uno spaccato d’illegalità, che ha permesso al ristoratore di «fatturà 25 milioni all’anno», dice lui a un fornitore.

L’EMIRO
Vito Francesco Genovese, prestanome di professione, «era asservito, in cambio di denaro», scrive il gip. A suo nome, una decina di conti correnti e di società gestite in realtà dal ristoratore. Tanto che, quando nell’aprile 2016 l’emiro del Qqatar propone a Johnny di espandersi a Dubai, Genovese è costretto a farsi da parte. «Ha detto: open together ten restaurants, I want you my partner», esulta Micalusi con un amico. Il commercialista Luciano Bozzi, considerato dagli inquirenti «fondamentale» nell’organizzazione delle intestazioni fittizie, si attiva per trovare un prestanome: «Ho fatto un po’ de sondaggi», dice. Il primo della lista è, appunto, Genovese, che però sbotta: «C’ho 10 conti correnti! 5 società! E dai, no!».

Bozzi è operativo: «Vabbè, ne trovamo un altro». E Johnny è d’accordo: «Ma se trova oh, de ‘sti tempi co ‘sta crisi a mille euro al mese, compà!». A Genovese sono intestati anche bancomat e conti correnti che vengono usati da Micalusi e famiglia a proprio piacimento, con «l’avallo del direttore della filiale di piazza Emerenziana della Banca del Fucino», Adriano Nicolini. Il dirigente sembra quasi sottomesso: preleva soldi dai depositi e paga l’affitto di un’amante di Johnny, con figlio a carico; si reca personalmente a ritirare contanti in via Giulia e in via Marmorata e li accredita sul conto delle società. Micalusi non è intestatario di nessun libretto, ma in banca gli permettono di ottenere prestiti e di utilizzare senza deleghe carte a nome di altri. Per il gip, il direttore «è un fidato interlocutore del ristoratore, in tutte le operazioni commerciali che era in procinto di realizzare».

Non mancano gli screzi. Johnny non è mai soddisfatto, pretende di sforare spesso il plafond, ma per farlo servono autorizzazioni dall’alto e alcuni giorni d’attesa. «Ma davvero ci stanno sti problemi?... Me serve mo, non hai capito che fra un mese, te posso mette un milione», sbotta. Quando la Finanza si presenta nella filiale e sequestra la documentazione relativa ad “Assunta Madre”, Nicolini si preoccupa per l’amico: lo avverte e, parlando con la moglie, è disperato perché teme di non poterlo più aiutare. «Ma che figura ci faccio con Johnny», dice. Poi, tenta di mettere a posto le carte, falsificando documenti e facendoli firmare ai reali intestatari dei conti. Ultimo aggiornamento: 07:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA