Pompei, il Tar ferma le gare. Stop a due restauri da 4 milioni e mezzo già aggiudicati

Mercoledì 30 Luglio 2014 di Susy Malafronte
Il teorema dell’equilibrio del granchio (un passo avanti e due indietro) calza a pennello per il «Grande Progetto Pompei». Se da un lato il Governo italiano ha convinto Bruxelles che con «l’Action Plan», (il piano sprint), la messa in sicurezza degli scavi di Pompei sarà completata entro il 31 dicembre 2015, dall’altro c’è la giustizia amministrativa che tira il freno a mano e stoppa le gare per mesi e, talvolta, anche per più di un anno. Nei due casi citati dal soprintendente Massimo Osanna, in un dossier riservato consegnato nelle mani del commissario europeo Johannes Hahn, i mesi sono sei. Lunghi quanto un allarme sul destino dell’intera impresa.



Dal focus sullo stato dei lavori del «Grande Progetto Pompei» a luglio 2014, salta così fuori l’ennesimo colpo di scure: il 28 maggio 2014 il Tribunale amministrativo regionale della Campania ha bloccato le gare (già aggiudicate per un valore di circa 4 milioni e mezzo di euro) per la messa in sicurezza della Regio VII e per il restauro degli apparati decorativi della Casa della Venere in Conchiglia. L’udienza è fissata per il 22 ottobre prossimo.



Se si considera che il bando per la messa in sicurezza della Regio VII è scaduto il 5 settembre del 2013, si deduce che i tempi di assegnazione di un cantiere, alla ditta vincitrice, possono arrivare anche a 13 mesi. Che i cantieri saranno aperti notte e giorno, compresi il sabato e la domenica, il tutto proiettato a raggiungere il cento per cento dei risultati entro la scadenza dettata, è ben poca cosa dinanzi al diritto delle ditte escluse dalle gare di presentare ricorso al Tar. Prima del 22 ottobre, dunque, la precarietà delle domus non potrà essere sanata, perché bisogna attendere i tempi biblici della magistratura, e il rischio di crolli è altissimo. Circostanza che si è già verificata lo scorso 26 giugno, alla vigilia di una delle visite del ministro Dario Franceschini.



Nel corso degli ordinari monitoraggi, i tecnici della soprintendenza, rilevarono due cedimenti strutturali in una bottega del vicolo “Storto”, situata nella Regio VII, Insula 3, al civico 37. L’area oggetto, appunto, della sospensiva del Tar. I cedimenti, sollecitati probabilmente del maltempo e dalle piogge, furono individuati in due diversi ambienti della bottega già attenzionati e monitorati, in quanto inclusi tra i progetti di messa in sicurezza del Grande Progetto Pompei, e i cui interventi previsti, «seppur con bando di gara già aggiudicato, non sono potuti ancora partire, a causa di un avviato ricorso nei confronti della ditta vincitrice», hanno confermato dalla soprintendenza. C’è poi l’agonia della Venere in Conchiglia che necessita di un restauro urgente, poiché nel febbraio del 2012 a cedere sotto i colpi dell’umidità furono i frammenti di stucco del rosso pompeiano che adornano l’affresco. Anche in questo caso la tutela del patrimonio artistico è ostaggio delle guerre che le ditte escluse dalle gare combattono nei tribunali.



La burocrazia, questa volta giuridico-amministrativa, si rivela ancora nemica della corsa contro il tempo per salvare Pompei e riuscire a spendere i 105 milioni di euro finanziati da Bruxelles. Per garantire la legalità negli appalti lo Stato si interpone con la sua componente burocratica e, talvolta, ci rimette allungando i tempi di completamento delle opere. Se poi si cerca di ovviare al problema, dotando di pieni poteri i commissari straordinari, (come nel caso di Marcello Fiori che ha utilizzato la somma urgenza della Protezione Civile per il restauro del Teatro Grande e per il quale è stato rinviato a giudizio con l’accusa di abuso di ufficio), affinché provvedano ad affidare gli appalti in maniera diretta, si rischiano truffe allo Stato e infiltrazioni camorristiche.



Che la camorra tentasse di mettere le mani sul restauro delle strutture della «Casa delle Pareti Rosse», è stato un alto rischio che la soprintendenza ha corso. Con la penale, però, di bloccare l’ennesima gara per cinque mesi. A seguito di una interdittiva antimafia la soprintendenza, nel novembre dello scorso anno, escluse dalla gara una società di Boscoreale ritenendola in odore di camorra. Quest’ultima impugnò innanzi al Tar il provvedimento di esclusione. Dopo cinque mesi di stop giudiziario, lo scorso aprile, il Tribunale ha respinto il ricorso avverso all’informativa interdittiva antimafia numero I/31-711 del 22 gennaio 2013 adottata dalla Prefettura di Napoli. Il giudice di primo grado, richiamando le risultanze investigative delle forze di polizia e del G.I.A. (Gruppo interforze antimafia) supportate da intercettazioni telefoniche, ha avallato la parentela fra l’amministratore unico e socio di maggioranza della società ricorrente, e la figlia, arrestata per reati di rilevanza mafiosa con altri soggetti, moglie di persona arrestata in Spagna per detenzione di 57 chilogrammi di cocaina e cognata di un pregiudicato che, ricoprendo ruolo ai vertice nell’organizzazione criminale che gravita nell’hinterland dei paesi vesuviani, è stato condannato per il 416 bis del codice penale (associazione di tipo mafioso). Lo slogan più volte citato dai vari ministri ai Beni culturali «fare presto e fare bene» non sembra, però, trovare un punto di incontro tra legalità e somma urgenza. Non è facile riuscire a garantire appalti anticamorra senza pagare pegno alla «giustizia lumaca».

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