Latina, inchiesta Dirty glass, impero costruito sul riciclaggio: undici arresti

Giovedì 17 Settembre 2020 di Laura Pesino
Un impero costruito sul riciclaggio di capitali illeciti, società che si sviluppano senza soluzione di continuità, affari che crescono grazie al subentro in aziende in dissesto e vicine al fallimento. E poi uno sfarzo che non ha paragoni sul territorio, legami consolidati con i gruppi della criminalità organizzata e una rete di protezione garantita da funzionari corrotti e forze dell'ordine. E' il complesso quadro che hanno via via ricostruito gli investigatori della squadra mobile di Latina nell'ambito dell'inchiesta Dirty Glass, che ruota intorno alla figura di Luciano Iannotta, 49 anni, originario di Terracina, noto imprenditore della provincia, finito ieri agli arresti insieme ad altre 10 persone che gravitavano a vario titolo nei suoi affari.

LA FALSA ESTORSIONE
Lo spunto investigativo lo fornisce paradossalmente il suo più stretto collaboratore, Luigi De Gregoris, quando si presenta nel 2017 al commissariato di Terracina per denunciare di essere vittima di un'estorsione da parte di un altro imprenditore, Biagio I.. Mostra una busta contenente alcuni munizioni indirizzata al signor Luigi e un biglietto con su scritto Bastardo devi pagare. Mostra anche ulteriori prove: l'invio di diversi sms con pressanti richieste di denaro e racconta di aver ricevuto anche la visita di un appartenente al clan Di Silvio, Agostino Riccardo, venuto a riscuotere il denaro. L'indagine parte da qui. Gli investigatori del vicequestore Giuseppe Pontecorvo scavano per identificare i responsabili del tentativo di estorsione, attivano le intercettazioni telefoniche ma si ritrovano a scoprire tutt'altro. Accertano infatti che la notizia di reato era falsa, che gli sms erano partiti dall'utenza telefonica intestata a una donna di nazionalità indiana e che tutte le prove erano costruite ad arte con la complicità di un poliziotto infedele all'epoca in servizio al commissariato di Terracina, Ivano Stefano Altobelli, ora destinatario della misura di divieto di dimora. Dietro alla falsa estorsione c'era un contenzioso civile per l'acquisto di un terreno per il quale Biagio I. aveva versato la somma di 50mila euro, ma la comprevendita non era poi andata a buon fine e il tentativo di De Gregoris era probabilmente quello di mettere fuori gioco l'imprenditore addossandogli la responsabilità di un reato penale. Quello che emerge è un mondo parallelo il cui centro è Luciano Iannotta, a cui fanno capo in realtà tutte le società finite poi nelle carte dell'inchiesta. Dietro De Gregoris si celava proprio l'imprenditore 49enne, amministratore di fatto di numerose attività che, per i suoi procedimenti penali in corso, si era visto costretto a schermare la sua partecipazione nelle aziende ricorrendo a uomini di stretta fiducia e a prestanome.

AFFARI CON I FALLINENTI
Si scopre così che l'intestazione fittizia di quote sociali e le costanti operazioni di ricapitalizzazione di imprese sono finalizzate al riciclaggio di capitali di provenienza illecita. Parallelamente a queste operazioni, si delinea poi una precisa strategia che punta a realizzare bancarotte fraudolente per subentrare nella gestione di imprese in dissesto e in procinto di fallire, acquisendo compendi aziendali sottratti ai creditori al di fuori della procedura concorsuale. Uno degli episodi contestati nell'ordinanza riguarda in particolare la società Pagliaroli Vetri srl, riconducibile a Franco Pagliaroli (anche lui indagato), dichiarata fallita dal tribunale di Benevento.

I LEGAMI CON LA CAMORRA
Il riciclaggio di fondi illeciti è poi documentato dalle relazioni consolidate tra Iannotta e un personaggio di alto profilo criminale: Pasquale Pirolo, 71 anni, originario di Curti. E' lui, considerato in passato braccio destro di Antonio Bardellino e condannato per associazione di stampo mafioso, a fare da intermediario tra l'imprenditore pontino e i fratelli di Napoli Gennaro e Antonio Festa. Grazie a questa intercessione si riciclano capitali provenienti dalla Campania attraverso la ricapitalizzazione della società Italy Glass, che consente di fatto ai fratelli Festa di entrare in modo occulto nell'azienda con quote per circa il 40%.

LA TRUFFA SUBITA
C'è poi un altro episodio inquietante che emerge dalle carte dell'ordinanza firmata dal gip Antonella Minunni. Il gruppo, di cui fa parte anche l'intermediario Natan Altomare, già noto per il suo coinvolgimento nell'inchiesta Don't Touch, si adopera per corrompere un funzionario della Regione Lazio per ottenere l'aggiudicazione di una gara per la fornitura di cassonetti per la raccolta dei rifiuti. Iannotta deve pagare per questo una tangente di 600mila euro, che gli forniscono i fratelli Festa. Ma il sedicente funzionario vuole vedere i soldi per accertarsi che l'operazione vada a buon fine. Con la complicità di un impiegato, che chiede il 5% della tangente, l'incontro avviene in un ufficio della Corte dei Conti. Ma tutto si rivela una colossale truffa ai danni proprio di Luciano Iannotta. Durante il fatidico incontro la valigetta con il denaro viene scambiata e Iannotta torna a casa con una borsa piena di soldi falsi. Una scena degna di un film. A quel punto Altomare, De Gregoris e Pio Taiani cercano i responsabili del raggiro, non li trovano e sequestrano l'impiegato dalla Corte dei Conti e un altro intermediario nel capannone di Sonnino della Akros Holding minacciandoli con un'arma.

DUE MILITARI CORROTTI
Iannotta vanta poi rapporti stretti con il colonnello dei carabinieri Alessandro Sessa e con il maresciallo Michele Lettieri Carfora, all'epoca in servizio al Nucleo operativo di Terracina. Il primo, dietro la promessa di utilità varie, forniva dei consigli sulle più comuni tecniche per disturbare la registrazione di intercettazioni ambientali, mentre il maresciallo era riuscito ad avere informazioni sui procedimenti penali in corso a carico di un collaboratore di Iannotta accedendo abusivamente alla banca dati delle forze dell'ordine.

I RAPPORTI CON I DI SILVIO
Altrettanto stretti sono i rapporti con i componenti del clan Di Silvio, tanto che Iannotta si avvale della collaborazione di Agostino Riccardo e Renato Pugliese per compiere un'estorsione ai danni di un imprenditore del luogo concorrente. I due personaggi del clan, ora collaboratori di giustizia, per il loro lavoro incassano la somma di quasi 3mila euro attraverso Franco Cifra, titolare di una nota attività commerciale a Latina, che emette una falsa fattura per una fittizia fornitura di vetro.
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