'Ndrangheta, iscritto al foro di Latina l'avvocato vicino ai boss

Venerdì 20 Dicembre 2019 di Vittorio Buongiorno
C'è un inquetante risvolto pontino nell’inchiesta «Rinascita-Scott» coordinata dalla Dda di Catanzaro che giovedì ha portato all’arresto di 334 persone, fra cui molti politici e molti professionisti. Tra questi, un avvocato, Francesco Stilo, nato a Catanzaro nel 1972, residente a Lamezia, domiciliato a Vibo ma iscritto dal 2003 all’albo degli avvocati del capoluogo pontino. Un particolare emerso solo grazie ad alcuni passaggi delle intercettazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare.
 
Stilo è accusato di concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso «per avere concretamente contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento, alla conservazione ed alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta - operante sul territorio della provincia di Vibo Valentia, e su altre zone del territorio calabrese, nazionale ed estero, associazione che si avvale della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva».

Ma che c’entra con Latina? E’ proprio quello che si chiede anche un detenuto: «Latina?». «Sì, sì, metti Latina». E’ rimasto interdetto nel compilare la nomina dell’avvocato. Loro sono in carcere a Vibo ma il boss gli fa nominare un avvocato iscritto «al foro di Latina». Il motivo? Perché il boss usa solo contatti attraverso terzi, parla con l’avvocato solo tramite altri detenuti («Ricordati di chiamare Stilo e dirgli di venire qua»). Ma perché proprio un avvocato iscritto a Latina? «Devo raccontarvi la storia di Stilo?» dice il boss intercettato in carcere a due compagni di cella. «Ma la sorella - gli chiede uno - a Catanzaro a lo studio?». E il boss: «Ti sto dicendo che sono “Latina”». A quanto sembra ci erano arrivati, per sfuggire a delle ritorsioni, sotto protezione.

L’avvocato Stilo tra l’altro pochi giorni fa era comparso sulle cronache poiché assiste, insieme alla sorella Paola, Giuseppe Zinnà, ovvero l’uomo che nelle scorse settimane è stato fermato dai finanzieri al varco doganale di Ponte Chiasso con un trentottenne iraniano, mentre cercavano di passare in Svizzera con un assegno di 100 milioni di euro emesso a ottobre dal Credit Suisse di Ginevra.

Eppure a Latina pochi se lo ricordano e nessuno sa spiegarsi perché sia ancora iscritto all’albo pontino. Secondo il boss calabrese era un mago, uno che era riuscito a sistemargli le cose in Cassazione. Di certo per gli inquirenti «consentiva» alle cosche «di eludere le investigazioni delle autorità, acquisire notizie riservate, mettendo a disposizione informazioni relative ad indagini in corso, ottenute attraverso appoggi e contatti presso soggetti istituzionali». Era in grado anche di fornire «informazioni su dichiarazioni di collaboratori o altri dichiaranti coperte da segreto istruttorio», ma anche «creando un vero e proprio “ponte” tra l’articolazione dell’organizzazione formatasi all’interno della Casa Circondariale di Vibo Valentia - capeggiata da Accorinti Giuseppe Antonio - e gli associati in libertà». © RIPRODUZIONE RISERVATA