Covid-19, ansie e speranze dietro le quinte dell’epidemia

Martedì 7 Aprile 2020 di Pasquale Aruta *

Caro direttore,

all’incirca un mese fa il presidente Conte mette in quarantena la popolazione, a causa del tanto temuto coronavirus, da allora alcune strutture ospedaliere della nostra amata regione vengono trasformate in covid hospital. Mentre vi è una parte della popolazione che teme sempre di più la quarantena, non sapendo come gestire la giornata in questo lungo periodo, c’è chi continua ininterrottamente a lavorare per garantire l’assistenza. Un esempio, è dato dall’ospedale Cotugno di Napoli, e dal caposala Rosario Sollazzo del reparto di immunodeficienza e malattie di genere, diretto dal dottor Vincenzo Esposito, una delle persone presenti in prima linea in questa battaglia, che in qualche modo e in qualche riga cerca di spiegare come i medici, gli infermieri, gli operatori sociosanitari e gli addetti alle pulizie vivono questa esperienza e le loro sensazioni.

«Terra, terra», come colui che navigando da giorni, intravede tra le onde, coperta da foschia una lingua scura, grida. Siamo in attesa, nell'attesa di scorgere anche noi il nostro lembo di terra e poter finalmente gridarlo. Siamo banderuole mosse dal vento, scosse, percosse dalle folate, ci si ferma quando tutto tace. Si vive in quel corridoio lungo, diviso, ci sono nastri, porte a dividerci dalle nostre paure, ma poi si corre, ci si attrezza di tutto punto per affrontarle quelle paure. Le porte si aprono, ci si rende conto che nel letto , ci sono persone, solo persone, trattieni il respiro quasi a voler respingere quell'aria che vuole entrarti nei polmoni, gesticoli più che parlare, come se parlare potesse nuocerti. Chiudi porte e finestre, rimani solo con i tuoi pensieri, sembra che il tempo si fermi, vedi tutto immobile, non senti rumori, solo una voce ti penetra, la voce di colui che dal letto ti fissa, finalmente lo vedi, ricordi perché sei lì, ti sciogli, la mente si sgombra, capisci di essere la sua ancora, ora niente ti ferma arrivi alla meta. Ecco l’empatia, vi scambiate pensieri, senza parlare, quasi telepatia, un tocco con la mano, un sorriso ricavato dagli occhi. Nomi scritti sulle tute, battute, frasi ad effetto quasi a voler scacciare il nemico, sdrammatizzare il momento. Le telefonate diventano più frequenti, il rapporto verbale diventa indissolubile, leggi il nome sulla tuta, comprendi che riconoscono prima la tua voce e poi riconoscono te, arriva la consapevolezza, come un fremito, sai di aver toccato il cuore, sai di aver fatto il tuo dovere. Quel sorrisetto che rimane li stampato in volto, quella tenera soddisfazione di esserci e contare, capisci di essere importante. E quando torni a casa pensi e ripensi, ti viene voglia di ritornare, di continuare, di non smettere di sperare e continui a pensare «Terra, terra».

E proprio come un marinaio che cerca la terra, questi eroi contemporanei vivono questo momento contro un nemico di cui si sa ancora troppo poco, che li lascia tra ansie e paura, senza però fargli perdere la loro professionalità ed il loro sorriso. Senza tralasciare il loro attaccamento a quelle divise e camici, e al fatto che in questi anni, troppo spesso sono stati trascurati e denigrati dalle amministrazioni che si sono susseguite, abbandonando questi professionisti, nel momento del bisogno, poi rivelatisi pregnanti all’interno del nostro tessuto sociale. Basti pensare che la maggior parte di loro, che combatte in queste corsie, sono uomini e donne assunti con contratto a tempo determinato, precari della sanità, in balia delle onde senza precise prospettive future. Questo esercito di precari un giorno si spera approdi sulla terra promessa. 

* Infermiere Professionale presso l’ospedale Cotugno 

© RIPRODUZIONE RISERVATA