Il coraggio delle donne e il potere della denuncia

Venerdì 17 Settembre 2021
Il coraggio delle donne e il potere della denuncia

Gentile direttore, sono davvero angosciata. La strage ormai quotidiana di donne che sta insanguinando il nostro Paese appare inarrestabile. Ciò avviene nel silenzio della politica, della società civile, degli intellettuali, della Chiesa, i media si limitano a informarci, magari facendo parlare per l’occasione una psicologa. Per quante leggi e tutele si siano attuate per proteggere donne a rischio, leggiamo che - anche se denunciati - mariti, fidanzati o persecutori non hanno mai desistito dai loro propositi di ammazzare. Una violenza inaudita, un accanimento selvaggio sul corpo femminile, da oltraggiare, da annientare. Ma si possono classificare delitti di impeto? Delitti meditati, maturati nella sottocultura che tende a svalutare la donna, che non accetta l’idea del rifiuto, dell’opposizione, del rispetto delle altrui decisioni. Una questione di civiltà, di mentalità, non certo di gelosia o di possesso, come si vorrebbe derubricar. La punta d’iceberg di una società malata e guasta, dove la follia e varie forme di frustrazioni stanno predominando nei rapporti interpersonali. Ne usciremo mai?

Elvira Pierri
Napoli

 

Cara Elvira, la violenza contro le donne non è un male del ventunesimo secolo. Ora se ne parla solo di più. Ed è già un passo in avanti. Sono state inasprite le pene per chi si macchia di un femminicidio. Ma, come ha notato anche lei, non basta. Le notizie che quotidianamente si rincorrono ne sono la testimonianza. E allora è una questione di cultura del rispetto. E allora solo la scuola e l’educazione potranno porre fine alle lapidi delle donne uccise. Iniziamo del far imparare a memoria ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze il monologo di Franca Rame “Stupro”. Ne ricordo qui il finale dopo la crudele e selvaggia sottomissione, perché, come un pugno nello stomaco, ci insegna e insegna alle donne che, il coraggio di denunciare, è una delle prima armi di difesa: «Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa».

Federico Monga

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