Il terrorismo in Italia, ​un passato che non passa

Sabato 14 Maggio 2022
Il terrorismo in Italia, un passato che non passa

Gentile Direttore,
qualche giorno fa l’Italia ha celebrato la giornata delle vittime del terrorismo ed è stata omaggiata la memoria dell’onorevole Aldo Moro a Roma, dove le Brigate Rosse abbandonarono il corpo dell’importante uomo politico. Il terrorismo ha fatto versare molto sangue innocente tra politici, forze dell’ordine, magistrati, giornalisti. L’ultimo omicidio terroristico in Italia, ho appreso da un servizio al telegiornale, è quello di un poliziotto ferroviario nel 2003, in Toscana. Da allora tante condanne di terroristi, molti dei quali sono ancora irriducibili, tante dissociazioni e pentimenti. Alla luce della situazione politica in questi ultimi venti anni, secondo lei, il terrorismo in Italia è davvero finito? O tanta ingiustizia sociale potrebbe creare proteste e nuovi atti violenti?

Massimo Lo Monaco
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Caro Massimo,
non credo che in Italia si possa dare per morto e sepolto il terrorismo. Siamo l’unico Paese occidentale nel quale il brigatismo rosso riemerge periodicamente, come un fiume carsico. Soltanto in Italia il terrorismo è un fenomeno quasi endemico che mantiene immutati i vecchi arnesi ideologici e anche il linguaggio di una impossibile utopia rivoluzionaria. Insomma, il passato che non passa. La causa principale credo sia la forte componente ideologica che ancora accompagna il dibattito italiano quando si discute di lavoro. Fin dagli anni Settanta carnefici e vittime hanno avuto a che fare con il mondo del lavoro. Dalle fabbriche della Sit Siemens milanesi, dove nascono le Br, all’omicidio di Marco Biagi che il mercato del lavoro voleva riformare. Fino a quando persisterà il carico ideologico del lavoro inteso come unica fonte possibile di creazione di valore, il virus del terrorismo si anniderà in qualche cassetto pronto ad essere riaperto da qualcuno quando le condizioni sociali ed economiche volgono al peggio. Come sta avvenendo in questi mesi, dopo il Covid e durante la guerra.

Federico Monga

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