Perché serve una vera riforma
dell'esame di maturità

Domenica 31 Maggio 2020 di Errico di Lorenzo
Il ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina

Signor Ministro,

dopo essermi illuso che sarebbe stata la spending review, affidata a Carlo Cottarelli, a fare giustizia del cosiddetto “esame di maturità”, in quanto dispendioso rito non solo inutile ma addirittura pregiudizievole, avevo riposto ogni residua speranza, per una crescita del nostro Paese fondata sul merito e non su altro, nel coronavirus. Ma mi sono dovuto presto ricredere e rassegnarmi alla sopravvivenza dell’esame di stato anche alla pandemia.

L’esame di maturità, affidato dalla riforma Gentile nel 1923 ad una commissione esterna, con la partecipazione di un solo membro interno, ha dato in tutta la sua storia, come penso sia sotto gli occhi di ciascuno, pessima prova di sé. Introdotto con l’intento di conseguire una valutazione più obbiettiva e più rigorosa dei maturandi, ha finito, anche attraverso successive riforme peggiorative, per riconoscere il titolo di studio praticamente a tutti, anche ai molti che non avrebbero meritato di conseguirlo, come ben sa chi, avendo avuto esperienza didattica all’università, ha avuto quotidianamente modo di constatarlo. Diciamo che l’esame di maturità ha il suo precedente storico in quel che fece Carlo V quando, per ringraziare gli algheresi dell’accoglienza riservatagli in occasione della sua visita ad Alghero avvenuta il 7 ottobre 1541, li proclamò tutti cavalieri: “estote todos milites”.

Basta, infatti, scorrere le percentuali “bulgare” (97-98%) dei promossi, per rendersi conto che l’esame di maturità, lungi dall’essere quel rigoroso filtro che il legislatore dell’epoca voleva che fosse, corrisponde, allo stato, ad una vera e propria “kermesse” che non ha più ragione alcuna per sopravvivere e che invece viene mantenuta in vita con un vero e proprio accanimento terapeutico di cui è difficile capirne le ragioni.

Così come è difficile capire come possano i mass-media nazionali accordare ancora a tale prova un’attenzione assolutamente ingiustificata, continuando a parlarne come se si trattasse di un esame cruciale e difficile a superarsi.

La verità è, signor Ministro, che l’esame di stato nasce e si fonda su un’idea profondamente sbagliata, giacché non può che riconoscersi assolutamente insensato considerare il giudizio dei professori esterni, fondato su un episodico e superficiale esame, più affidabile di quello dei professori di classe, formatosi su di una conoscenza pluriennale degli studenti.

Penso invece che non sia esagerato affermare che nell’intero curriculum studiorum di ciascuno non c’è - né nel corso degli studi universitari e post-universitari, né in qualsiasi altro successivo esame e concorso - occasione di valutazione supportata da una conoscenza del candidato analoga a quella di cui dispongono i professori della scuola media superiore alla fine dei relativi corsi. Ma se ciò è vero, allora quel giudizio deve prevalere su valutazioni occasionali ed estemporanee di risibili esami-kermesse, ma deve assurgere a vera e propria cifra-culturale di riferimento di cui tenere conto sempre, a cominciare dall’accesso a quei corsi universitari regolati dal numero chiuso (in luogo di inaffidabili quanto inconcludenti quiz), in conformità di quanto avviene in altri paesi europei (penso alla Germania, all’Inghilterra, ecc.) che adottano sistemi scolastici seri.

La questione non è marginale ma anzi riveste un’importanza centrale se si ha a cuore la crescita democratica del nostro paese in cui tutt’oggi troppo poco conta il merito e molto di più la condizione sociale d’origine ed altro.

La nostra - va riconosciuto - è una società immobile, rigida, scarsamente meritocratica: il nostro sistema scolastico è, in Europa, tra quelli meno capaci di assicurare mobilità sociale. Non c’è da meravigliarsene, dal momento che oltre ad offrire un sempre più insufficiente contributo formativo, la scuola italiana ha rinunciato da tempo ad essere l’”ascensore sociale” capace di svolgere quella insostituibile e preziosa funzione di selezione e di indirizzo secondo capacità e merito, che sola può condurre ad una società virtuosamente organizzata che sa mettere le persone giuste al posto giusto.

D’altro canto è la stessa Costituzione (articolo 34) che riconosce al merito ruolo fondante di una corretta organizzazione sociale. Ed è veramente singolare che nessun governo abbia finora avvertito la necessità di rimettere mano ad una seria riforma della scuola, costituzionalmente orientata, cominciando con il sopprimere un esame che nella storia della scuola italiana ha già conosciuto la sentenza dichiarativa del suo fallimento.
 

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