Alessandro Robecchi e il romanzo "Flora": «Così mi prendo gioco della tv senza qualità»

Lunedì 5 Aprile 2021 di Francesco Musolino
Alessandro Robecchi e il romanzo "Flora": «Così mi prendo gioco della tv senza qualità»

L'anno scorso di questi tempi, infuriava il lockdown e Alessandro Robecchi era in cima alla classifica. Un anno dopo, lo scrittore milanese fa il bis con il suo nuovo romanzo, Flora (Sellerio pp.384 15) balzato subito in vetta. Classe 1960, editorialista e critico musicale, Robecchi fa parte del team di autori di Maurizio Crozza e firma un giallo ambizioso che sconfina dalla sua Milano, incrociando il rapimento della regina della tv trash, Flora De Pisis, con la morte del poeta surrealista Robert Desnos nel campo di concentramento di Theresienstadt, l'8 giugno 1945. Al centro dell'intreccio c'è sempre lui, per l'ottava volta, Carlo Monterossi, l'autore della tv commerciale, «la Grande Fabbrica della Merda» che indagherà sia sul crimine che sulle intenzioni dei rapitori, ispirati dal poeta che inneggiava alla resistenza.


Robecchi, come sta?
«Abbiamo tutti i nervi a fior di pelle, vorrei che a metà aprile si ricominciasse ad aprire tutto».

Flora è un grande inno alla libertà?
«Ne abbiamo un gran bisogno, da un anno siamo tutti agli arresti domiciliari. Robert Desnos fa un passo in più, ci invita ad osare, del resto oggi manca un'idea, un movimento che spezzi la mediocrità stagnante».

I ragazzi avrebbero dovuto ribellarsi?
«No, sono stati bravissimi. Gli abbiamo chiesto di tumularsi in casa per non contagiare i parenti fragili e si sono dimostrati sempre responsabili e intanto nessuno si interessa alla scuola».

Dal rapimento di Flora De Pisis al pensiero surrealista. Com'è nato Flora?
«Avevo in mente l'idea del rapimento ma l'incontro con Desnos, avvenuto in modo casuale mentre visitavo il campo di concentramento di Theresienstadt, a Terezin, in Repubblica Ceca, mi ha dato il controcampo che cercavo. Dalla mediocrità alla grandezza del poeta morto e dimenticato».

Il suo Carlo Monterossi ha creato un talk di successo da milioni di ascolti e poi ha fatto dietrofront. È davvero pentito?
«Nessuno è puro in tv. Il Monterossi non ha creato solo Flora ma un contesto televisivo in cui i mostri prosperano fra mogli tradite, uxoricidi e casi umani».

Flora, con «gli occhi fissi nella telecamera, come se guardasse dentro l'anima di ogni singolo spettatore», è tratteggiata su Barbara D'Urso?
«È un combinato disposto di 4-5 conduttrici che ci sono in Italia, mescolando cronaca nera e rosa. Lo dico perché ad ogni presentazione scatta la caccia a Indovina Chi. Però in tv esiste la florità, la ricerca ossessiva delle lacrime a favore di telecamera».

Ha detto la gente dovrebbe chiedere di meglio alla tv. Conferma?
Sì, c'è una pigrizia culturale e invece, come dice Desnos, bisogna dare cose buone al popolo».

Nicola Zingaretti che elogia la D'Urso con un tweet è stato un paradosso?
«Povero Zingaretti, dalla D'Urso ci sono andati tutti. Ricordate che Salvini recitò delle preghiere in diretta tv?»

Attraversiamo una crisi politica?
«La politica non ha più parole e va rubando linguaggi in tv, si infila dove pensa di diventare popolare, inseguendo il consenso. Del resto, quella tv generalista fa ancora 4-5 milioni di ascolti, è uno strumento vecchio ma esercita un gran potere».

Nel frattempo, l'assessore Giulio Gallera è andato via ed è arrivata Letizia Moratti alla Sanità. Che aria tira in Lombardia?
«È una lunga discesa verso l'inferno. Nella mia regione tutto funziona bene in ambito privato, lì dove qualcuno fa business ma non appena si parla di sanità pubblica e gratuita, come per la vaccinazione, il meccanismo stranamente si inceppa. Il mercato non può decidere sulle nostre vite».

Nei giorni scorsi dopo le stories di Chiara Ferragni, la nonna di Fedez è stata convocata per il vaccino. Giusto o sbagliato?
«Se c'è una signora ultraottantenne che attende invano, è giusto fare casino e usare i social per segnalare le cose che non vanno. In Lombardia abbiamo visto di tutto ma i cittadini hanno sempre pazientato. Ora credo sia il momento di farsi sentire perché la Lombardia si sta rivelando l'avanguardia del malfunzionamento».

Lei fa parte del team di autori di Maurizio Crozza. Come si fa a far ridere sempre senza stufare il pubblico?
«Intanto Maurizio è bravissimo, ti lascia a bocca aperta. Il segreto è saper guardare la realtà da un punto di vista laterale, ascoltando il mondo attraverso i propri desideri perché la buona satira non invecchia mai».

Il politicamente corretto ci seppellirà?
«Rivendico il diritto alla scorrettezza, persino alla volgarità. L'importante è non prendere di mira sempre il più debole. Far satira significa prendere in giro il Re, non il cameriere».

Ultimo aggiornamento: 6 Aprile, 10:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA