Silvia Avallone: «La sorellanza aiuta le donne a liberarsi»

Martedì 12 Gennaio 2021 di Francesco Musolino
Silvia Avallone: «La sorellanza aiuta le donne a liberarsi»

«La famiglia di oggi vive una simmetria mostruosa e dolorosa, chiedendo alle donne di fare un passo indietro, sacrificandosi nel ruolo di madri. Oggi dobbiamo avere il coraggio di liberare le donne e vincere gli stereotipi». Ecco il grido d'allarme della scrittrice Silvia Avallone (1984) - autrice bestseller con Acciaio (Premio Campiello Opera Prima, da cui è stato tratto il film diretto da Stefano Mordini) e Marina Bellezza - che critica il «modello-famiglia da Mulino Bianco» che traspare nei dpcm e contesta la disattenzione mostrata verso la scuola, «la nostra vera emergenza sociale». Scrittrice, moglie e madre, è appena tornata in libreria con Un'amicizia (Rizzoli), la storia del rapporto di sorellanza di due giovani protagoniste, Elisa e Beatrice, cresciute fianco a fianco nella provincia italiana ma destinate ad una sorte ben diversa fra social e celebrità, ricordi e confessioni: «Per raccontare i social ho dovuto fare i conti con le mie fragilità. Per me i segreti sono molto importanti».

Avallone, la pandemia ha aggravato la condizione femminile?
«Era inevitabile. Il modello educativo chiede alle donne di fare un passo indietro e restare a casa, rinunciando alle proprie ambizioni. Le donne sono ancora viste come gli angeli del focolare e gli uomini vanno alla scoperta del mondo. È il momento di rimettere in discussione questa zavorra del passato che crea sofferenza anche nei figli».

Che concezione di famiglia emerge nelle disposizioni dei dpcm?
«Quella dominante, lo schema del Mulino Bianco. Le donne sempre un passo indietro, madri prima di ogni cosa ma lo stereotipo del maschio dominante è ormai usurato».

Ovvero?
«Uomini e donne debbono provare a realizzarsi insieme, non uno a scapito dell'altro, parificando concretamente i ruoli genitoriali. Ma c'è tantissimo da fare per la gender equity».

Oggi che ruolo spetta agli scrittori, sentinelle oppure osservatori?
«Ho sempre pensato che la letteratura sia una bussola per interrogare il nostro tempo. La letteratura deve avere un valore civile e comunitario ma una delle sue forze è l'essere libera da obblighi e ruoli».

L'Italia si sta accanendo sulla scuola?
«Mi fa soffrire e mi fa arrabbiare che la scuola venga sempre scartata e non sia mai al centro del discorso politico. La scuola è uno strumento di riscatto e mi angoscia che venga chiusa in modo arbitrario, senza certezza. Riconosciamo la fragilità degli anziani, perché non quella dei bambini e degli adolescenti che rischiano di smarrirsi? L'adolescenza è un'età epica, si è ancora figli ma prossimi al distacco, per questo mi affascina raccontarla».

Un suggerimento per ritornare alla didattica in presenza?
«Vorrei vedere coraggio, una soluzione magari parziale che riconosca la scuola come un'agenzia educativa che si affianca alla famiglia. Se la scuola non c'è, come si riscatteranno i ragazzi d'oggi?».

A proposito, in Un'amicizia lei scrive siamo proprio sicuri che la letteratura e i social network siano inconciliabili?
«Sono partita da questa presunta inconciliabilità, con una certezza, noi siamo storie non siamo immagini, dobbiamo essere ascoltati non giudicati. Ma raccontando anche sui miei canali social il processo di scrittura, mi sono resa conto che i social possono servire la letteratura, aiutandoci a essere comunità. Ciò posto, sono certa che i social non potranno mai esaurire la nostra complessità».

Al tempo della virtualità, raccontare un'amicizia reale, cosa significa?
«Credo che ogni amicizia sia un luogo di sperimentazione rispetto al luogo da cui proveniamo. L'amico ha una funzione liberatoria, a maggior ragione in un'amicizia femminile - senza dover essere moglie, madre o lavoratrice - puoi mantenere intatto il mistero dell'essere donna. L'amicizia è un luogo di manutenzione dell'ego».

Sui social convivono il fotoritocco e scatti di celebrità che mostrano le naturali imperfezioni, ottenendo reazioni forti. C'è un limite a ciò che possiamo condividere?
«I social network mi hanno molto spaventato, altrimenti non ne avrei scritto e io per prima ho dovuto fare i conti con le mie fragilità, decidendo consapevolmente cosa preferisco dire e cosa tacere. I social ci chiedono di far cadere tutti i veli ma non dobbiamo avere la smania di esibirci in un modo che ci rende oggetti. Per me, i segreti sono molto importanti».

Cosa la disturba?
«L'esibizione in vetrina fine a se stessa, senza contenuti oltre all'apparenza, non credo possa rendere più felici. Non dobbiamo essere giudicate come fossimo merci. Lo stereotipo di bellezza ci ha esasperato, la ribellione parte dalla consapevolezza».

Beatrice Rossetti, una delle due protagoniste, è una influencer di grande successo. Si è ispirata a Chiara Ferragni per crearla?
«Ho incontrato la Ferragni e l'ho intervistata sulla sua maternità, ma Beatrice non rappresenta nessuna influencer piuttosto quel demone che abita in tutti noi. Beatrice sono io, con i miei brufoli di gioventù e i miei ricci, vivendo l'ansia delle madri e quell'ideale di perfezione fisica che grava come una spada di Damocle su tutte le donne. Beatrice è la sorella maggiore di tutti i miei personaggi femminili che hanno combattuto il demone della bellezza, stavolta in epoca digitale».

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