CORONAVIRUS

«Io, vittima di violenza sono in quarantena da tanto tempo. E vivo da fantasma per proteggermi»

Mercoledì 29 Aprile 2020 di Maria Lombardi

«La quarantena che volevo non era questa. Ma ora ho trovato la forza per scriverlo e poi, forse, anche urlarlo.   Prima non c’era la paura per il Sars-coV-2, ma un’altra paura sì. Quando si è vittima di violenza (quella psicologica che si insinua ovunque fino a prendere il controllo del tuo cervello), l’autoisolamento è l’unica cura. E lo dice una persona che, fino a pochissimi anni fa, era una donna forte, indipendente, che ancora aveva la forza ed il coraggio di sorridere, una donna, madre separata e lavoratrice, che ha viaggiato mezzo mondo da sola, lasciando casa a 19 anni, vivendo a pieni polmoni..... Poi arriva un matrimonio finito, di nuovo l’amore (malato) ma, giorno dopo giorno, questa donna si accorge di non sentirsi più adeguata, all’altezza, anzi direi proprio sbagliata: ha una persona accanto che dice di amarla incondizionatamente ma, se cammina per strada sorridendo solo perché lui la tiene per mano, improvvisamente lo fa per sorridere “agli altri” (questi fantomatici altri ancora non ho ben capito chi siano).

Allora inizia a non sorridere più, cammina guardando per terra, colei che ha sempre amato osservare il mondo con gli occhi di una bambina... E questo “virus” a mano a mano continua ad insinuarsi, fino a farle perdere il controllo di sè stessa. Questa donna aveva amiche vere, amicizie ventennali, aveva una vita sociale “normale” (almeno penso), ovvero confidarsi con amiche, scambiare due parole con colleghe e sì, anche colleghi perché per lui è inconcepibile che ci sia un’interazione tra una donna (io) ed un altro uomo, anche se si tratta del fornaio quando si va a comprare il pane. Perché se questa donna entrasse in “contatto”, per interloquire intendo, con un essere maschile all’infuori di lui (il farmacista, il salumiere, il commesso), questa donna “sta cercando qualcos’altro”. Questa donna adesso non ha più nessuno. Ha allontanato tutti per paura delle sue violenze...... Stava morendo dentro. Nemmeno i suoi figli la riconoscono più e, nonostante la sofferenza nei loro occhi, la nebbia che offusca il suo cervello non le permette più di vedere niente. Ma continua ad indossare la sua maschera, fingendo che tutto vada bene. Lui è un essere molto insicuro, solo, privo di luce e lei si è fatta inghiottire dalle sue tenebre. Quindi, si è imposta l’autoisolamento per paura di un essere ancora più subdolo di questo virus, perché ha paura di sentire le sue parole che sono solo il frutto di una mente malata e perversa, incline a distruggere tutto ciò che ha intorno. C’era una volta una bella donna che si curava, si vestiva in modo presentabile, sempre di nero ma mai in modo appariscente. Adesso però, questo isolamento che dura da anni, l’ha resa un relitto, un essere irriconoscibile: usa creme senza profumo (se no poi “gli altri” pensano che il profumo gradevole di una crema sia per loro, non per me), si veste in modo sciatto per nascondere il suo corpo (se no poi “gli altri” mi guardano e lo faccio di proposito per essere guardata), non si trucca più (non sia mai questi “altri” dovessero pensare che lo faccio per loro). Come se non bastasse, l’importantissima azienda per la quale questa donna lavorava, ha perso un importante appalto. Morale della favola: a casa in disoccupazione. Bene, potrà dedicarsi interamente ai suoi figli per un po’, ma anche questo non andava bene, perché “chissà cosa farai quando sono a scuola”.

Allora ha deciso di “sfruttare” il tempo in cui i figli erano a scuola, per isolarsi ancora di più. Fare la spesa al supermercato? Solo sotto il suo occhio vigile. Andare dal medico? Solo se accompagnata. L’unico svago: leggere, leggere, e poi ancora leggere.  Poi, un giorno, questa donna comincia a stare male (strano, sono sempre stata sana come un pesce!): attacchi di panico, insonnia, perdita dei capelli, pensieri suicidi come se fossero la luce in fondo al tunnel, malessere generale, torpore all’occhio e perdita del visus laterale, rabbia, irrequietezza, inquietudine crescente, il viso cosparso di macchie cutanee, chiazze rosse in rilievo, forti dolori articolari, emicranie persistenti, sensazione di freddo e gelo anche con 30 gradi. Ma guarda cosa riesce a fare lo stress..... Niente in confronto al Covid-19 per carità, si possono tenere sotto controllo, ma ritrovarsi a 38 anni con due figli da crescere in queste condizioni (alla fine la colpa è solo mia) non si augurerebbe a nessuno. Poi è arrivato il Covid-19, ed eccomi qui: isolamento, quarantena, lockdown forzato. Io ed i miei figli a casa nostra. Lui a casa sua. Avrebbe dovuto essere il paradiso. Ma così non è stato: in quei pochi attimi in cui posso sedermi sul divano, fermarmi a guardare il soffitto ed ascoltare il silenzio, squilla il telefono, rispondo: “c’è troppo silenzio, non sei a casa, ti devo venire a controllare?”...”una volta venivi da me, adesso sono tante le cose che non fai più”...“che fai aspetti il vicino, tu mi nascondi qualcosa”...”se mi tradisci penso solo ad ammazzarti”...potrei continuare all’infinito...il lockdown nel mio caso, penso, dovrebbe impormi anche il divieto di usare il telefono, altro che app di tracciamento. Il distanziamento sociale non mi salva da questo tipo di virus..... Sono arrivata a pensare che nulla accade per caso: forse il mio isolamento autoimposto è servito proprio ad affrontare un periodo come questo, non tutti ci riescono se privati improvvisamente della libertà. Io la mia l’ho venduta per non sentire più nulla. Ma non è mai abbastanza. Perché qualsiasi cosa dica o non dica, qualsiasi cosa faccia o non faccia, è sempre tutto sbagliato per lui, ed ecco arrivare un nuovo repertorio di insulti.  Io non provo rabbia nei suoi confronti, la rabbia la provo nei miei confronti perché per un amore MALATO, ho permesso che una persona mi trasformasse in un’ombra, in un fantasma, mi sono diretta da sola verso l’orlo del baratro, ho abbandonato persone a me care, ho messo in discussione la mia intelligenza, le mie esperienze, le mie conoscenze.... Mi guardo allo specchio e non mi riconosco più..... Ma un piccolo passo l’ho fatto: me ne rendo conto. E ringrazio di non averlo in casa e che lui sia lontano da me e dai miei figli. Ho capito che la violenza, quella psicologica, è difficile da comprendere e spiegare, perché non puoi mostrare ferite, cicatrici, ematomi, sangue, è l’anima che è colpita duramente e nessuno può vederla e tantomeno sentirla. Si muore dentro e riprendere in mano la propria vita, reagire, rialzarsi, sembra impossibile. Perché si ha tanta paura..... Grazie, anche solo per aver letto questa email. Stasera andrò a letto con un piccolo peso in meno che mi opprime e mi toglie il respiro».

Una lettera lunga, difficile tagliarla. C'è una tale sofferenza in ogni parola e così tanta lucidità nel raccontare il percorso verso il totale annullamento di sè, che togliere qualcosa sarebbe stato come esercitare un'altra violenza. E allora, ecco tutta la lettera di R (nel testo non c'è solo l'iniziale del nome). «Io sono R - si conclude così - ma per gli altri sono Anonima. É così che voglio vivere per proteggermi». Uno dei pochi passaggi in cui R  dice io sono, per il resto della lettera parla di sè in terza persona. Una donna, un fantasma. Ecco da dove forse può partire, cara R,  per cominciare a liberarsi da questa condanna: vivere come un'ombra, da clandestina della sua stessa esistenza.  Ricominci dalle ultime righe della sua lettera. «Io sono R....», lo ripeta. Mille volte, fin quando piano piano tornerà ad esserlo. 

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Ultimo aggiornamento: 3 Maggio, 16:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA