La bambina di Chernobyl che grazie all'Italia ha trovato il suo futuro

Sabato 31 Agosto 2019 di Vanna Ugolini
Patrizia Fortunati, che ha ospitato con la sua famiglia una bambina di Chernobyl per dieci estati
Il mare non l'aveva mai visto. Era un luogo così sconosciuto che non riusciva nemmeno a immaginarlo. Non sapeva nemmeno quale fosse la parola per indicarlo. Così Lyudmila pronunciò la parola "mare" per la prima volta in italiano, a 8 anni, lei che conosceva solo il bielorusso e il cui mondo aveva i confiniti ristretti del paese in cui era nata e si allargava, malaugaratamente, quando si ammalava e la mamma la portava all'ospedale della città più vicina.
Lyudmila oggi è una donna di 33 anni ma è stata una bambina di Chernobyl, ha fatto parte dei primi gruppi di ragazzini e ragazzine che arrivavano dalle zone vicine alla centrale nucleare (il paese in cui è nata e in cui vive tutt'ora, anche se è in Bielorussia, è a cento chilometri in linea d'aria dalla centrale esploda nel 1996). E' viva, ha tre figlie, per vivere munge le mucche ma, soprattutto, ora ha davanti un futuro, seppure fatto di fatica e lavoro. Dietro la storia di questa donna e delle sue bambina ci sono altre due donne, il senso dell'accoglienza, le porte di una casa che si aprono per prendere per mano questa bambina.

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«Ma voi perchè mi avete accolto senza guadagnarci niente in cambio?» chiederà Lyudmila alla sua famiglia italiana. «Perchè ti vogliamo bene e per un senso di giustizia» le risponderà Patrizia Fortunati, di Terni, che per dieci anni è stata sua sorella maggiore e che, insieme ai genitori, ha accolto nel '94, quando aveva 20 anni, questa “bambina di Chernobyl” «uno scricciolo di 8 anni che pesava come un bimba di 4 anni». Tutta la sua storia - che è la storia di mezzo milione di famiglie italiane che hanno accolto e continuano ad accogliere i bambini di Chernobyl - lei l'ha raccontata in una libro uscito qualche anno fa "Marmellata di prugne", (Ali&No Editrice), in cui la sua vicenda personale viene romanzata ma che contiene tantissime emozioni e anedotti che Patrizia, sua madre e Lyudmila hanno vissuto, anche con la complicità degli uomini di famiglia.
 
 


Tutto è cominciato quando Patrizia si rese conto, nel 1994, che alcune famiglie di Terni prendevano in affido i bambini di Chernobyl:«Innanzi tutto voglio dire che questo movimento di famiglie generose che dal 1996 continuano ad accogliere i bambini di Chernobyl e i loro figli è una cosa di cui noi italiani dovremmo andare fieri. In Europa sono arrivati più di un milione di bambini, bene, la metà di questi sono stati ospitati in Italia e il centro di gran parte di questo lavoro è Terni, perchè l'associazione "Aiutiamoli a vivere" è stata una delle prime ad organizzarsi per l'ospitalità e ora ha sedi in tutta Italia e molti progetti attivi. Basti pensare che in Bielorussia la seconda lingua più parlata è l'italiano. La nostra storia con Lyudmila cominciò così, perchè mi resi conto che Chernobyl non era una tragedia conclusa ma gli effetti di quel dramma continuavano nel tempo a colpire le persone e i bambini in particolare. Un'altra cosa che è importante dire è che l'allontanamento dalle zone contaminate e una alimentazione fatta con cibi sani produce effetti positivi concreti sulla salute dei bambini». Così, in un giorno d'estate, a Terni arrivò la piccola Lyudmila.

«E' stata con noi un mese. Ed è stato un mese faticosissimo e bellissimo». Lyudmila non sapeva dormire a letto perchè a casa sua non aveva un letto vero e proprio, mangiava proteggendosi il piatto perchè nessuno le portasse via quello che aveva. Non sapeva nemmeno fare le scale, perchè abitava in una casa che aveva un unico piano, si incantava a guardare la lavatrice.
E fu felice, felice come una bambina libera e sana il giorno in cui da Terni la sua famiglia la portò a vedere il mare. Ecco, se un pittore volesse dipingere la felicità dovrebbe dipingere il sorriso di Lyudimila di quel giorno.
«Quando fai volontariato è sempre così. Pensi di far del bene a qualcuno ma chi riceve di più sei tu». Quel sorriso davanti al mare è una incisione preziosa sul cuore della famiglia Fortunati e in quello di Lyudmila
«Quello che abbiamo cercato di fare è continuare ad aiutarla anche negli altri undici mesi dell'anno, tenendo il filo del rapporto con lettere e- quando possibile - telefonate. Inviando dei pacchi con dei beni di prima necessità e rassicurandola che sarebbe tornata l'anno dopo».
Così è stato, per dieci anni e per periodi più lunghi, fino a quando Lyudmila è diventata maggiorenne e la burocrazia ha fermato quel viaggio. Ma certamente non l'affetto: i Fortunati sono andati tre volte a trovarla. Poi sono arrivati i computer, Skype, le videochiamate che tengono accese le emozioni.

Lyudmila si è fatta grande, ha preso il posto della madre nel paese ma non del tutto il suo destino. Anche lei, come la mamma, munge le mucche, ma i viaggi in Italia hanno arricchito la sua vita. Da qui si portava via i semi degli ortaggi che poi ha imparato a coltivare là. E ha messo su un piccolo commercio di ortofrutta. Con i guadagni ha comprato qualche animale, galline, una capra. Poi quando le è stato chiesto cosa desiderasse come regalo per una ricorrenza lei ha chiesto una motosega elettrica. Con quella taglia la legna ma, soprattutto, essendo l'unica del paese ad averla, l'affitta.
«Non ha mai pensato di fermarsi in Italia. Ha sempre detto che la sua vita era in Bielorussia anche se il legame con noi, soprattutto con mia madre è rimasto fortissimo. Si sentono quasi tutti i giorni al telefono. Lei parla in italiano perfetto e quando i "bambini di Chernobyl" si incontrano da adulti nelle loro città si salutano in italiano». Lyudmila è diventata mamma di tre bambine. E, qualche anno fa, al posto suo, in casa Fortunati sono arrivate due delle sue figlie. «Per noi è stata una grande emozione. Perchè in quelle bambine abbiamo visto che eravamo riusciti a trasmettere a Lyudmila qualcosa». Le bambine era ben nutrite, avevano due cambi di vestiti, le scarpe del numero giusto - «quando arrivò lei aveva le scarpe della sorella, parecchi numeri più grandi». Le bambine non avevano paura degli uomini, come, invece, aveva la madre al primo arrivo perchè Lyudmila non aveva accettato di subire violenze una volta diventata grande. Le bambine conoscevano i sorrisi.
Se educhi una donna, educhi un paese.
«L'abbiamo aiutata a crearsi una famiglie diversa da quella d'origine. Lei ci ha detto che non capiva perchè questi sconosciuti l'avevano accolta e le volevano bene, poi ha cominciato a capirlo. E il fatto di sapere che c'è in Italia una famiglia che fa il tifo per lei le ha dato una grande iniezione di fiducia e di speranza». Con la felicità incisa sul cuore che fa luce anche durante le giornate più buie.
  Ultimo aggiornamento: 19:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA