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Donne e politica, la scrittrice Marianna Aprile: «La disparità di genere è come il Covid: c’è anche quando non si vede e fa danni»

Lunedì 13 Luglio 2020 di Valentina Venturi
Marianna Aprile

Marianna Aprile non lesina in commenti sagaci e sottili analisi della realtà che ci circonda, ma sempre con uno sguardo al mondo femminile. Intervistata per il suo libro “Il grande inganno” (edizioni Piemme), incentrato su come il mondo della politica italiana nasconda le donne, in particolare le First lady, regala un calzante parallelo tra il mondo delle donne e la pandemia.
 
Come si può unire Covid-19 e gender gap?
«Mi rendo conto sia una metafora un po' ardita e macabra, ma il pregiudizio di genere, la disparità di genere è un po’ come il Covid-19, come questa fase della pandemia. C’è anche quando non la vedi, anche quando non la vedi fa danni. Tutti pensano sia una questione superata visto che si sono fatte delle conquiste: si va a cena fuori, si può ricevere gente a casa in numero limitato, usciamo, ma il Covid-19 c’è. E prima o poi, se abbassiamo la guardia, torna con tutta la sua virulenza».
 
Sono accomunabili?
«Il pregiudizio di genere e la latente convinzione delle donne che a certi ruoli non arriveranno mai è esattamente così. Ci sono fasi eclatanti in cui l’assenza delle donne o la loro marginalità è smaccata come negli studi Istat che ci relegano agli stipendi più bassi e alla possibilità di carriera più bassa. Quella è la fase 1 e tutti si accorgono del problema. Ma quando poi passa la fase 1 e arriviamo persino alla 5 non è che il problema scompaia…».
 
Per esempio?
«Se sui giornali si parla dell’incontro tra il premier Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel il titolo prevede Angela e Conte: il nome di lei e il cognome dell’uomo. È Covid-19 anche quello, è virus anche quello. Meglio allora fare come Michelle Obama».
 
Cosa ha fatto?
«Invece di scegliere il cognome del marito per adesione al suo ruolo politico, lo fa perché condivide ed è parte integrante del progetto di Barack Obama. Michelle Obama è un viatico per far fare mille passi avanti alle giovani donne afro americane fornendo un modello. Questa rinuncia del cognome diventa una conquista, essendo lei un modello e perché è una scelta».
 
La politica italiana, che analizza nel suo libro “Il grande inganno”, a che punto è?
«I numeri messi insieme e di fila mi hanno fatto venire la voglia di buttarmi di sotto! Da quando è nata la Repubblica italiana su poco più di 1500 incarichi e nomine, solo 78 sono andati a donne. È un numero che rende perfettamente la situazione».
 
Qual è il motivo per cui non abbiamo ancora mai avuto una first lady?
«Ci manca un pezzo. Nella Prima Repubblica le mogli dei potenti erano volutamente invisibili per ragioni di costume e per la concezione che si aveva della politica; dalla Seconda Repubblica fino ad oggi hanno iniziato ad essere più presenti, ma per la potenza mediatica che ha sull’elettorato. Le first lady vengono usate nella comunicazione politica ed il mio è un giudizio tecnico, non di valore. Nel libro gli spin doctor che intervisto lo confermano: potersi spendere la carta della first lady in occasioni varie è uno strumento fondamentale per la costruzione mediatica del leader».
 
È una battaglia persa?
«Anche parlare usando un linguaggio bellico è un errore: abbandoniamolo e consideriamo gli uomini non qualcuno a cui erodere del potere ma qualcuno che lavori con noi per un potere più equamente diviso e affinché le donne siano rappresentate a tutti i livelli, almeno quanto gli uomini».
 
Esiste un vaccino?
«Lo stesso che dovremmo usare per il Covid-19: usare le precauzioni dentro casa e portarle anche fuori nelle nostre relazioni sociali, lavorative e amorose».

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