Le tunisine lanciano la battaglia contro il razzismo e i pregiudizi

Sabato 18 Luglio 2020 di Simona Verrazzo

Tunisia laboratorio per il mondo arabo, dal nord Africa al Medio Oriente, paese indicatore per capire i sussulti sociali che attraversano questo spicchio di mondo: da lì è partita, quasi dieci anni fa, quella Primavera Araba che ha riscritto gli assetti politici, portato giù regimi, scatenato guerre civili. E si guarda alla Tunisia anche in queste settimane in cui il mondo si è di nuovo confrontato con il razzismo ai danni delle persone di colore, nel movimento di denuncia globale Black Lives Matter, in seguito all'uccisione dell'afro-americano George Floyd da parte della polizia del Minnesota, lo scorso 25 maggio.

IL TEMA
Nel paese nordafricano il tema è stato portato alla ribalta da un gruppo di donne, professioniste e attiviste impegnate nella società civile, che hanno dato vita al collettivo Voices of Black Tunisian Women. Dopo due anni di ricerche, il progetto è stata lanciato a gennaio, quasi una premonizione se si pensa anche allo stop obbligatorio imposto dall'emergenza Coronavirus, e che proprio oggi si è rivelato un esempio da seguire. Anima del collettivo è Khawla Ksiksi, di professione avvocatessa, da sempre impegnata nel rispetto dei diritti delle donne, anche attraverso la sezione a Tunisi della Rosa Luxemburg Foundation.

LA PELLE
La sua ultima battaglia è in difesa delle donne di colore, come lei, che sono cittadine tunisine ma vengono discriminate per la loro pelle che rivela la discendenza dall'Africa subsahariana nei secoli della schiavitù. Al suo fianco altre professioniste che, nei loro settori di competenza, vogliono togliere il velo di omertà su questa forma di razzismo.

IL MOVIMENTO
Il collettivo nasce con l'obiettivo di scardinare i pregiudizi, anche estetici, che investono le persone di colore nel mondo arabo. Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto, per le regioni meridionali occupate dal deserto del Sahara, hanno una larga parte di popolazione nera, cittadinanza spesso considerata di serie B. Lo stesso accade nella Penisola Arabica per i passati legami con il Corno d'Africa nelle rotte carovaniere. Ad affiancare Khawla in questa non semplice iniziativa ci sono la sociologa Maha Abdelhamid, la giornalista Houda Mzioudet, le ricercatrici universitarie Fatma Ben Barka e Fathia Debech e due attiviste che vivono all'estero ma restano fortemente legate alla loro terra, Imen Ben Smaïl e Afifa Ltifi. Una iniziativa non semplice perché si è dovuta scontrare anche con il fuoco amico femminile. Quando Maha ha denunciato che le donne di colore tunisine subiscano maggiori abusi rispetto a quelle non di colore, si è ritrovata sommersa di critiche da parte delle attiviste di #enazeda, la versione del movimento #metoo in Tunisia. Quell'episodio ha portato alla luce le crepe all'interno della società tunisina, come nel resto del mondo arabo, e spinto Khawla a fondare il collettivo. Nei suoi interventi Khawla racconta la discriminazione subita all'università, ricordando come il razzismo sia sempre esistito in Tunisia, soltanto che ai tempi del regime di Zine El Abidine Ben Ali nessuno poteva parlarne. In Egitto c'è l'attivista Fatma Emam Sakory nota per l'impegno in difesa della minoranza nubiana, mentre è diventato virale il video-denuncia dell'attrice palestinese Maryam Abu Khaled in cui racconta la sue esperienza nella città natale di Jenin.
 

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