La Ue accusa: «l'Italia ignora le violenze in casa, il governo pensi a tutelare le vittime»

Sabato 3 Ottobre 2020 di Cristiana Mangani

Troppi non luogo a procedere, troppi casi in cui l'Italia non punisce come dovrebbe le violenze domestiche che si risolvono spesso in fase di indagini preliminari. Il comitato dei ministri del Consiglio d'Europa interviene sulla delicata questione e si dice «preoccupato» per l'elevato tasso di inchieste chiuse ancora prima di arrivare a processo. Le conclusioni emergono dalla decisione dell'organo esecutivo di Strasburgo che ha esaminato, nell'ambito della cosiddetta procedura d'esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti umani, le informazioni fornite dal governo italiano per rimediare alle carenze che hanno condotto alla condanna del Paese nel 2017 sul caso Talpis, l'uomo - Andrei Talpis, ora in prigione per una condanna all'ergastolo - marito di Elisaveta, che ha ucciso il figlio diciannovenne Ion e ha tentato di uccidere anche la donna.

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LE DENUNCE
I giudici di Strasburgo stabilirono all'epoca che, nonostante le ripetute denunce presentate da Elisaveta, le autorità non avevano preso le misure necessarie a proteggerla dalla violenza del marito e che questo aveva favorito un aumento dell'aggressività. Nella decisione resa nota ieri, il comitato dei ministri, pur esprimendo «soddisfazione per gli sforzi continui delle autorità, che dimostrano la volontà di prevenire e combattere la violenza domestica e la discriminazione di genere», hanno chiesto al governo di attuare una serie di misure e fornire entro marzo informazioni su quanto fatto ma anche dati statistici. In particolare Strasburgo ha sollecitato all'Italia la creazione rapida di «un sistema completo di raccolta dati sugli ordini di protezione, e fornisca anche dati statistici sul numero di domande ricevute, i tempi medi di risposta delle autorità, il numero di ordini effettivamente attuati». Inoltre il governo dovrà fornire informazioni sulle misure prese, o che intende prendere, per garantire che le autorità competenti attuino una valutazione e una gestione adeguata ed effettiva dei rischi legati al ripetersi e all'aggravarsi degli atti di violenza domestica, e quindi dei bisogni di protezione delle vittime.
Già nel 2017 la stesso caso era costato all'Italia una condanna della Corte europea dei diritti umani. Le motivazioni erano state quelle di non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere la donna e suo figlio dagli atti di violenza del marito. La sentenza era stata la prima da parte della Cedu impartita all'Italia per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica.
Quanto concluso dal Consiglio d'Europa non sembra però lontano dalla realtà. Perché - come spiega la professoressa Flaminia Saccà, ordinario di Sociologia politica dell'università della Tuscia, capofila di un progetto che si chiama Step, Stereotipo e pregiudizio - «non esiste un dato totale, non è dato sapere quanti siano i casi di violenza in Italia, né quanti arrivino a condanna o a processo». Lo studio che sta svolgendo in collaborazione con Differenza donna, su un bando del Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio, verrà presentato nei prossimi giorni. Ma quello che è emerso con grande evidenza è «che non esiste un database delle sentenze».

ARCHIVI PARZIALI
«Ci sono archivi parziali - sottolinea - dove si trovano solo alcune sentenze di primo e secondo grado. È digitalizzata unicamente la Cassazione, ma i casi che arrivano fino al terzo grado sono pochissimi, perché le donne, molto spesso, rinunciano a fare opposizione. Subiscono una forte pressione sociale, economica, spesso connotata dalle minacce. Chi non è assistita dai centri antiviolenza è molto sola. Dopo un lavoro di ricerca - conclude Saccà - abbiamo reperito 180 sentenze che sono pochissime, perché il fenomeno è decisamente più ampio. Ci deve essere una falla in questa raccolta di dati. Nel 2017 gli omicidi, la violenza sessuale, lo stalking, i maltrattamenti in casa e la riduzione in schiavitù risultano essere stati un po' meno di 15 mila. L'ultimo rapporto dell'Istat è addirittura del 2014, ma il dato rilevato parlava del 31,5 per cento di donne che aveva subito violenza per mano maschile. Numeri molto alti che non trovano riscontri nelle condanne. Va detto: è come se l'Italia ignorasse il fenomeno della violenza di genere».

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