Violenza sulle donne, la rinascita di Fernanda: «Mi diceva "tanto ti ammazzo", l'ho denunciato per i miei figli»

Fernanda: «Minacciava di uccidermi e mi teneva segregata. L'ho denunciato e sono rinata»
Fernanda: «Minacciava di uccidermi e mi teneva segregata. L'ho denunciato e sono rinata»
di Maria Lombardi
Lunedì 25 Novembre 2019, 08:40 - Ultimo agg. 19:40
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«Prima o poi ti ammazzo, mi diceva. Non mi servono le armi. Le mie armi sono queste. E mi stringeva le mani al collo. L'ho sconfitto con il silenzio». Fernanda non parlava più e di nascosto registrava le minacce di quell'uomo che non la lasciava vivere. «Ero prigioniera. Lui mi accompagnava al lavoro e mi veniva a prendere, mi impediva di avere amicizie. Se qualcuno mi chiamava al cellulare dovevo metterlo in vivavoce. Ho trovato la forza di denunciarlo perché non volevo che i miei figli piangessero vedendo la madre presa a botte».  
Fernanda, 48 anni, infermiera di Vicenza, ha ancora in testa quelle parole: prima o poi ti ammazzo. I suoi figli, due gemelli, di appena sei anni avevano già perso il padre e rischiavano di perdere anche la madre se non fosse riuscita a ribellarsi. «Sono rimasta vedova nel 2015, mi sentivo sola e smarrita. Mi sono appoggiata a quest'uomo, lui sembrava così innamorato e io avevo tanto bisogno di una persona a cui appoggiarmi. É venuto a viveve a casa mia. E pochi mesi dopo si è rivelato per quello che era: un violento. Mi aggrediva per qualsiasi motivo: perché i bambini non mangiavano l’insalata, perché non lo chiamavano papà, perché le posate erano messe male. Per niente. Il nostro passato era da cancellare. Non si poteva parlare del papà dei bambini».

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La pediatra la prima a capire che Fernanda era segregata in casa. «Ho avuto paura che mi potessero togliere i bambini e ho trovato il coraggio. Era il 22 novembre 2016 quando ho chiamato il servizio tutela minori e spiegato che non potevo recarmi nei loro uffici perché non aveva alcuna libertà. Sono venuti gli assistenti sociali durante il mio turno in ospedale. La mia rete di sostegno più importante è stata quella del lavoro, la mia capo sala mi ha consigliato di rivolgermi alla polizia dell’ospedale. Poi sono andata in questura: un giorno durante il lavoro, con il supporto dei servizi e coperta dalla capo sala, sono andata a sporgere denuncia». I poliziotti hanno accompagnato Fernanda e i bambini in una struttura protetta, il Villaggio Sos di Vicenza. «Siamo rimasti lì finchè non è stata emessa un'ordinanza restrittiva nei confronti di quell'uomo. Lui è stato allontanato ed è dovuto tornare nella sua città di origine. Io ho ripreso pian piano la mia vita, sono rinata. Il mio ex è stato condannato a un anno. La mia storia è quella di tante, se la racconto è per far capire che da queste storie si può uscire. Ognuno ha i suoi tempi e i suoi modi. Io sono partita dal servizio di tutela minori, poi la questura ha contattato l’antiviolenza e così c’è stato il collegamento con il Villaggio. Non si immagina cosa ci sia lì. Da fuori sembra un centro diurno, una ludoteca. Invece ci sono persone che si occupano di te, che ti proteggono e ti aiutano».

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In Italia sono sei i Villaggi Sos (Trento, Ostuni, Vicenza, Roma, Saronno, Mantova).  Negli ultimi anni,  dicono i responsabili, sono sempre di più le donne vittime di maltrattamenti che chiedono protezione per sé e per i propri figli. «Offriamo alle mamme vittime di violenza e ai loro bambini la protezione, uno luogo sicuro dove le donne hanno l’opportunità di intraprendere un percorso verso l’indipendenza e i loro bambini possono riappropriarsi dell’infanzia che è stata loro negata» spiega Samantha Tedesco, responsabile programmi di Sos Villaggi dei Bambini.


Lo stesso percorso di Fernanda. «Alle donne intrappolate in relazioni violente dico: vogliatevi bene, proteggete i vostri bambini. Prima o dopo arriva il momento in cui dici: perché devo ancora subire tutto questo? Cosa ho fatto di male?”. E poi i bambini. Siamo noi mamme a dover intervenire. I bambini non devono pagare».
 









 

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