«Beirut, non escluso il missile». La versione politica libanese

Sabato 8 Agosto 2020 di Marco Ventura

La gigantesca deflagrazione di Beirut? «Non si può escludere un attacco». A evocare una pista diversa dall'incidente, «che resta la più probabile», è il presidente libanese, Michel Aoun. «La causa delle due esplosioni ancora non è stata determinata, dato che esiste la possibilità che si sia prodotta un'interferenza esterna attraverso un missile, una bomba, o una qualsiasi altra azione». La bomba stavolta è politica, perché smentisce le reazioni ufficiali della prima ora e prende le distanze da una forza di governo come il Partito di Dio di Hasan Nasrallah, il leader degli Hezbollah filo-iraniani che in un discorso televisivo parla di evento «dovuto in parte a negligenza, corruzione e nepotismo».

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L'ACCERCHIAMENTO
Puntando l'indice contro misteriose interferenze esterne, Aoun prova a rompere l'accerchiamento interno e sfuggire alle proteste di piazza che hanno portato l'altra notte a scontri tra militanti anti-governativi e polizia con 20 feriti. Pulsioni rivoluzionarie alimentate nei mesi scorsi dalla gravissima crisi economico-finanziaria. Aoun ha chiesto al presidente Macron «le immagini aeree dell'esplosione, e se non le ha chiederemo ad altri Paesi, per determinare se si sia trattato di un attacco esterno». I satelliti possono aver visto missili, velivoli o altro. Del resto, la miccia della deflagrazione, calcolata ieri da esperti britannici un decimo della potenza della bomba di Hiroshima, è stato un incendio del quale non si conosce l'origine.

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L'INIZIATIVA
Aoun respinge l'idea di un'inchiesta internazionale avanzata anche da Macron a Beirut, «farebbe diminuire le possibilità di arrivare alla verità e allungherebbe i tempi». D'accordo Nasrallah, che propone di affidare le indagini all'esercito libanese, «l'istituzione nella quale tutti dicono di avere più fiducia». Aoun fa qualcosa di più. Deve ammettere, infatti, di avere ricevuto il 20 luglio un report sullo stoccaggio di materiale esplosivo nel porto ma, dice, «abbiamo dato immediatamente ordine ai responsabili militari e della sicurezza di fare tutto il necessario». Senza specificare cosa. Quanto a Nasrallah, il suo discorso, previsto per mercoledì e rinviato per le esplosioni, è stato da leader di un movimento considerato terrorista in Europa e America ma che si pone come pilastro della democrazia e della stabilità del Libano. Un appello «all'unità e alla calma» nel mezzo di una catastrofe che ha provocato (bilancio ancora provvisorio) 159 morti e 5000 feriti, che «colpisce tutti i libanesi, di tutte le confessioni religiose».
LE ACCUSE
Soprattutto, Nasrallah respinge le accuse agli Hezbollah. «Nego in modo assoluto e categorico che nel porto vi fossero nostri missili o altro materiale». Nessun deposito d'armi delle milizie filo-iraniane. «Tutte bugie e menzogne». Ma proprio ieri l'Ufficio federale per la protezione della Costituzione tedesco ha riferito di un deposito di nitrato d'ammonio di Hezbollah in Germania, scoperto nel 2016 grazie ai servizi segreti israeliani e trasferito all'estero. Nessun rapporto tra questo deposito e l'esplosione di Beirut, eppure...

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I FRANCESI
Anche 22 investigatori francesi stanno lavorando a Beirut, perché un francese è morto e 40 sono rimasti feriti. In generale, le indagini si stanno concentrando su una ventina di responsabili, a partire dal direttore del porto. Sedici finora gli arresti, 7 le persone i cui conti in banca sono stati congelati. A Macron che chiede riforme, Aoun replica che «in questo clima» non si può andare verso un governo di unità nazionale se poi all'interno esploderanno le divisioni di sempre. «Positiva come opportunità per far uscire il Libano dall'assedio e dall'embargo» viene definita la visita di Macron da Nasrallah. Intanto, si contano i danni. Ottantamila i bambini sfollati secondo l'Unicef. «Molti hanno subito traumi. Almeno 12 strutture sanitarie primarie, centri di assistenza materna, neonatale e per le vaccinazioni a Beirut sono stati danneggiati, con un impatto sui servizi per quasi 120mila persone». Un ospedale pediatrico a Karantina, con un'unità specializzata nel trattamento dei neonati critici, non esiste più. Un neonato è morto. Secondo le agenzie dell'ONU, in tutta la città sono rimasti complessivamente 500 posti letto.
 

 

 

Ultimo aggiornamento: 10:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA