Elezioni Usa 2020, il politologo Kupchan: «Biden duro con Cina e Russia e migliorerà i rapporti con la Ue»

Sabato 7 Novembre 2020 di Marina Valensise
Elezioni Usa 2020, il politologo Kupchan: «Biden duro con Cina e Russia e migliorerà i rapporti con la Ue»

È probabile che Charles A. Kupchan, dal Council of Foreign Relations, finirà fra i consiglieri di Joe Biden per la politica estera, dopo aver servito Bill Clinton. Ma intanto, il politologo della Georgetown University, fresco autore di un saggio sull'Isolazionismo (Oxford University Press) prospetta il contesto in cui si muoverà il presidente democratico.«Gli Usa tornano a essere una democrazia liberale, con un presidente che rispetta lo stato del diritto e si comporta in modo civile, all'altezza degli ideali americani. È un cambiamento che molti europei saluteranno con favore».

 

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Come cambierà la politica Usa verso l'Europa?
«Biden è un devoto del rapporto transatlantico, un fan della Nato e dell'integrazione europea, che considera uno dei più grandi successi del nostro tempo. Con lui si passerà dall'unilateralismo al multilateralismo, agli accordi di Parigi sul clima, al negoziato sul nucleare con l'Iran. Sarà il leader di una coalizione che punterà alla cooperazione internazionale».

Ci saranno nuovi campi di azione?
«Di sicuro la sanità. Biden cercherà di tenere la pandemia sotto controllo, lavorando con gli altri Paesi per risolvere un problema globale. Anche se non mancano le riserve».

Per esempio?
«Sul piano interno, il Paese è diviso e difficile da governare, se il Senato resta repubblicano. L'attivismo diplomatico dovrà fare i conti col ritiro militare. Gli Americani sono stanchi dell'Afghanistan, dell'Iraq, della Siria. Alla minore presenza americana dovrà corrispondere un maggior peso dell'Europa, per questo incoraggerei gli europei a salutare l'arrivo di Biden, mostrando che sono pronti a fare di più, visto che con lui si ritorna all'ascolto e al rispetto degli alleati».

Con l'Europa ci saranno nuovi accordi commerciali?
«Non credo: la liberalizzazione del mercato per ora non è una priorità. Lo sono invece il rilancio dell'economia, la ricostruzione interna. Biden creerà un fronte comune, dall'Europa al Messico, dal Canada al Brasile, dal Giappone alla Corea del Sud per fare pressione sulla Cina».

Il vostro rivale numero uno?
«Le tensioni con la Cina continueranno, per gli interessi commerciali contrastanti, i diritti umani, la sicurezza, Hong Kong. Ma Biden crede nella diplomazia e nei rapporti personali, come quello che ha con Xi JinPing e cercherà di costruire un dialogo strategico che finora non c'è stato, e cioè una politica coerente, invece di una serie di tweet occasionali».

La Russia non è inclusa nel fronte di pressioni sulla Cina?
«Sulla Russia Biden avrà una linea più dura. È sempre stato scettico del Cremlino, in particolare dopo l'annessione dell'Ucraina, Paese ha visitato ben sei volte da vicepresidente e continuerà a sostenere, mantenendo le sanzioni sulla Russia, dunque rafforzando il dialogo transatlantico per migliorare i rapporti con Mosca, e facendo uno sforzo per continuare i negoziati sul Donbass, e per discutere le interferenze russe sulle elezioni occidentali e in generale i temi della cybersecurity».

Userà la stessa linea dura con l'Iran?
«La situazione attuale, dopo il collasso dell'accordo nucleare, e l'assenza di un regime attivo per contenere il programma iraniano, è un problema da risolvere. Gli Stati Uniti di Biden continueranno a fare un passo indietro sul piano militare per andare avanti sul piano diplomatico, impegnandosi su vari fronti, Siria, Mediterraneo orientale, Libia, Nagorno Karabach, e naturalmente la Turchia, cercando di coinvolgere Erdogan in un disegno costruttivo e cooperativo».

Non teme un'influenza dell'estrema sinistra del Partito democratico?
«Meno che in politica interna. Faranno pressioni per ridurre l'impegno in Medio Oriente, per tornare agli accordi sul clima, e sulla cooperazione allo sviluppo. Ma la vera difficoltà sarà la ratifica dei trattati nel Senato dove la maggioranza è del partito dell'unilateralismo, e del no».
 

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Il dubbio che si stesse scoperchiando il vaso di Pandora ha preso a diffondersi mercoledì mattina. Il 4 di novembre, mentre il Dpcm aveva ormai assunto una forma definitiva, i numeri che avrebbero dovuto alimentare l'algoritmo - la formula con i famosi 21 indici a cui è demandata la responsabilità di "colorare" l'Italia dividendola in fasce di rischio - tardavano ad arrivare.


 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA