Green deal, Ue impotente contro Cina, Usa e India, i grandi inquinatori globali

Lunedì 19 Luglio 2021 di Luca Cifoni
Green deal, Ue impotente contro Cina, Usa e India i grandi inquinatori globali

Cina, Stati Uniti ed Europa, insieme, rappresentano il 50 per cento delle emissioni di gas serra. Questo semplice dato spiega abbastanza bene perché le mosse dei tre colossi siano decisive nello sforzo intrapreso a livello mondiale per fronteggiare i cambiamenti climatici. Il piano Fit for 55 annunciato dall'Unione europea segnala che a Bruxelles e nelle capitali del Continente la consapevolezza di questa responsabilità è ormai molto chiara da tempo. Ma quel 50% è in realtà la somma di percentuali piuttosto diverse: la Cina da sola è responsabile del 28 per cento delle emissioni globali, mentre gli Stati Uniti si attestano sulla metà di questo valore, il 14%. L'Unione a 27 Paesi vale invece l'8 per cento, poco più della percentuale dell'India, pari a circa il 7. È indubbio quindi che sul piano statistico il ruolo di maggior inquinatore planetario spetti alla Cina. Storicamente, Pechino ha risposto a questa accusa evidenziando i numeri pro capite che vedono gli Stati Uniti in cima alla graduatoria tra i grandi Paesi (in compagnia di Australia e Canada) con circa 15 tonnellate a testa. Le emissioni cinesi misurate con questo criterio valgono circa la metà di quelle americane (7,6 tonnellate). La Germania è poco più su, a quota 8,6, ma Italia e Francia hanno valori pro capite decisamente più bassi (rispettivamente 5,4 e 4,6 tonnellate).

LE MISURE
L'ambizione del pacchetto voluto dalla Commissione europea è stata generalmente riconosciuta. Allo stesso tempo però il progetto suscita da tempo preoccupazioni in diversi settori industriali, ai quali viene chiesto un percorso decisamente impegnativo in vista del raggiungimento degli obiettivi. Per comparti come quello italiano della motoristica la sfida - se non affrontata per tempo - rischia di essere mortale. Queste perplessità hanno trovato eco anche nelle posizioni dei vari commissari. Tutti sanno del resto che l'iter del Fit for 55 sarà complesso e servirà tempo prima che i principi vengano trasformati in normativa vincolante. Ma mentre l'Europa cerca di fare da apripista, come ha apertamente rivendicato la presidente von der Leyen, cosa succede nel resto del mondo? Anche la Cina da poco annunciato un proprio piano, che dovrebbe permettere di raggiungere la neutralità climatica (ovvero un livello di assorbimento del carbonio che bilanci il peso di quello emesso) entro il 2060, ovvero dieci anni dopo l'anno fissato come traguardo dalla Ue. L'impegno è stato preso in prima persona dal presidente Xi Jinping ma nasce in un contesto complesso, o forse contraddittorio; in cui Pechino da una parte è all'avanguardia a livello mondiale nelle energie rinnovabili, con i suoi pannelli solari e le sue batterie elettriche che invadono i mercati di tutti il mondo, mentre dall'altra rappresenta circa la metà del carbone consumato a livello globale. Una situazione dalla quale non sarà facile uscire. E difficoltà simili ci sono per l'India, che sta puntando sulle rinnovabili ma ritiene di aver bisogno delle emissioni per sostenere la propria crescita dei prossimi anni.

L'AVVICENDAMENTO
Quanto agli Stati Uniti, l'avvicendamento alla Casa Bianca ha certamente segnato un cambio di passo. Il presidente Biden però sa benissimo che quando si entrerà nel merito dovrà fare i conti con la sua non solidissima maggioranza al Congresso. Gli obiettivi sono ancora da ufficializzare: l'impegno preso è di ridurre le emissioni del 50-52 per cento entro il 2030 (rispetto al 2005, mentre il taglio del 55% indicato dalla Ue si riferisce al livello del 1990). Questo target richiede una profonda trasformazione del sistema produttivo americano, ma il primo passo della nuova amministrazione non è stato brillante: le spese della transizione ecologica dovevano rappresentare il grosso dei 2 mila miliardi del pacchetto di stimolo all'economia, ma alla fine non arriveranno a un quarto di quella cifra.

Ecco quindi che gli sforzi richiesti nei prossimi anni alle imprese europee rischiano di essere non solo profondamente penalizzanti sul piano economico ma anche inutili su quello ambientale, se gli altri Paesi non imporranno alla propria industria obiettivi altrettanto vincolanti.
 

Ultimo aggiornamento: 08:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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