Libia, la via per la stabilità passa per il summit di Berlino

Domenica 12 Gennaio 2020 di Marco Conti

Stavolta tutto si muove come un orologio. Il premier libico Al Serraj si intrattiene a Roma con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per oltre tre ore. Insieme si presentano davanti alle telecamere e insieme dicono sì al cessate il fuoco e alla Conferenza di Berlino. Quasi in contemporanea Angela Merkel vola a Mosca per incontrare Vladimir Putin e tutte e due dicono che le armi devono smettere e che è opportuno ritrovarsi al più presto nella capitale tedesca per discutere di Libia, sotto l'egida delle Nazioni Unite, con «tutte le parti coinvolte».

Libia, le forze di Haftar annunciano il cessate il fuoco dalla mezzanotte

LA SPONDA
Poiché dei tanti protagonisti dello scenario libico mancano all'appello - tra i principali - Francia e Turchia, Conte parla al telefono con il presidente francese Macron (dal quale ottiene eguale impegno per il cessate il fuoco e per arrivare a Berlino), e domani volerà in Turchia per incontrare il presidente Erdogan. E proprio in Turchia ieri sera, dopo aver fatto tappa a Roma, si è recato il premier libico Al Serraj che continua a tenersi molto stretto il suo rapporto con Ankara.
Il presepe diplomatico sembra comporsi anche se sino a sera manca ancora il generale Haftar che continua il suo assedio a Tripoli. Poco prima delle undici di sera l'annuncio di Haftar che accetta il cessate il fuoco anche perché i contractors russi della Wagner - alleati di Haftar - hanno mollato la prima linea per rientare a Jufra. Per l'Italia era importantissimo riuscire a ricomporre rapidamente con Serraj dopo il malinteso di mercoledì scorso causato dalla visita a palazzo Chigi di Haftar messa in agenda prima dell'arrivo di Serraj che poi non si è presentato. Ciò è avvenuto anche grazie al lavoro fatto in questi giorni dall'Aise di Luciano Carta, alla mediazione diplomatica dell'ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Buccino Grimaldi e alla sponda offerta dal ministro degli Esteri Mohammed Siala, e dal vice-presidente libico Ahmed Maitig, da sempre molto molto vicini a Roma.
Obiettivo del governo era quello di rassicurare Serraj che non abbiamo cambiato linea in Libia. Conte ha ricordato a Serraj che l'Italia ha «sempre lavorato per una soluzione politica, per contrastare l'opzione militare, ritenendo quella politica l'unica prospettiva che possa garantire al popolo libico benessere e prosperità. Non abbiamo altri obiettivi, non abbiamo agende nascoste». Un riferimento, nemmeno particolarmente velato, ai molti Paesi che sul dossier libico tengono i piedi in più staffe.
 

 

IL VENTO
Un fitto intreccio di incontri e telefonate che spinto i due contendenti verso il cessate il fuoco e l'organizzazione della Conferenza di Berlino che la stessa Cancelliera Merkel definisce solo come «preludio ad un processo più lungo». Conte domani volerà ad Ankara e poi al Cairo. Incontrando Erdogan e al Sisi- che sono schierati su fronti opposti - l'Italia conferma la volontà di mantenersi equidistante. Con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio - che oggi sarà a Tunisi - palazzo Chigi spinge per l'avvio di una fase negoziale anche se non si capisce con quali margini e, soprattutto, con quali argomenti ci siederemo al tavolo. Eppure a Misurata abbiamo 300 soldati e vorremmo anche rilanciare la missione Sophia. Dopo aver trattato per mesi la politica estera come una faccenda di sbarchi e migranti, l'attuale governo sembra essersi svegliato e ha rimesso in moto tutti i suoi canali. Malgrado qualche errore, anche se ben oltre il protocollo, l'attivismo è evidente, ma non si comprende la direzione. A fatica, e solo ieri, si è riaperto il dialogo diretto con la Francia - altro Paese che rischia l'emarginazione dallo scenario libico - ma non si comprende il ruolo che avrà l'Italia nella Conferenza di Berlino e nei passaggi successivi. Palazzo Chigi continua a puntare sull'Europa, ma il problema del format che dovrà avere la Conferenza di Berlino non è marginale e segnerà anche i passaggi successivi. Solo pochi mesi fa immaginare che il boccino della crisi libica sarebbe finito ad Ankara e Mosca e - soprattutto che Washington lo avrebbe permesso - sarebbe stato impossibile. Ed invece - malgrado la Russia sia sotto le sanzioni volute dal Congresso americano ed Erdogan un bizzoso alleato Nato - è proprio ciò che è avvenuto. Muoversi contando su schemi e alleanze da guerra fredda non funziona più. Specie ora che la prima preoccupazione degli Usa non è Mosca, ma Pechino.

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