Myanmar, San Suu Kyi a processo riappare in video: «Sta bene». Ieri 18 morti nelle proteste

Lunedì 1 Marzo 2021
Myanmar, San Suu Kyi a processo riappare in video: «Sta bene». Ieri 18 morti nelle proteste

La leader della Birmania deposta dal colpo di stato dei militari Aung San Suu Kyi «sta bene». Lo ha assicurato il suo legale dopo che Aung San Suu Kyi è comparsa in collegamento video davanti al giudice che dovrà processarla per «importazione illegale di walkie-talkie» e «per aver organizzato una protesta durante la pandemia». Accuse farsesche, che potrebbero costare però alla Signora fino a tre anni di reclusione, con conseguente esclusione dalle prossime elezioni (promesse dai militari tra un anno) e possibile scioglimento della sua Lega nazionale per la democrazia. Suu Kyi è detenuta nella sua residenza nella capitale Naypyidaw San Suu Kyi, 75 anni, non appariva in pubblico dal giorno del golpe, il primo febbraio. 

Le proteste e la repressione

Intanto prosegue la dura repressione portata avanti dal regime militare contro le proteste che infiammano il paese da settimane. I militari hanno abbandonato le pallottole di gomma: ora sparano quelle vere e lo hanno ad altezza d'uomo. Tragico il bilancio delle manifestazioni di ieri: 18 i morti e decine di feriti.

Secondo l'Ufficio per i diritti umani dell'Onu, le forze di sicurezza sono intervenute con la forza contro folle pacifiche a Rangoon, Dawei, Mandalay, Myeik, Bago e Pokokku. Sui social media girano video di poliziotti anti-sommossa che sparano verso gruppi di manifestanti disarmati, nonché scene di guerriglia urbana con esplosioni e gas lacrimogeni. Con la repressione odierna, sono salite ad almeno 22 le persone uccise dal primo febbraio, quando le forze armate del generale Min Aung Hlaing hanno preso il potere spodestando il governo sotto la guida di Aung San Suu Kyi.

 

Morti e feriti in varie città, in manifestazioni che durano ormai da oltre tre settimane, confermano che la protesta del 'Movimento di disobbedienza civile' ormai unisce il Paese, continuando imperterrita nonostante almeno 1.200 arresti prima di politici, poi di manifestanti e anche di giornalisti. È una protesta fatta innanzitutto di giovani, che si sentono depredati di un futuro dopo un decennio di nascente, seppur imperfetta, democrazia.

Il dissenso corre veloce su Internet, ma i toni irriverenti degli inizi sono ora più disperati man mano che il regime intensifica la repressione. Intere categorie professionali e dipendenti pubblici in ogni settore sono in sciopero, con l'effetto di mettere in ginocchio l'economia. Messi in imbarazzo da una risposta della popolazione che probabilmente non avevano previsto, il timore è che i militari decidano di calare un pugno ancora più duro.

La pressione internazionale non sembra finora avere alcuna influenza su Min Aung Hlaing. Due giorni fa, all'Onu, è stato lo stesso ambasciatore birmano Kyaw Moe Tun a sostenere la causa della protesta, esortando il mondo a utilizzare «ogni mezzo necessario per agire» e alzando persino le tre dita simbolo del dissenso. In risposta, i media statali birmani hanno annunciato oggi che il diplomatico è stato rimosso dall'incarico.

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