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Oligarchi russi, ecco come evitano le sanzioni: Putin ne convocò 37 il giorno in cui lanciò l'invasione

Si stima che almeno 1.000 miliardi di dollari di ricchezza russa siano custoditi in compagnie offshore, una cifra pari a quella detenuta dall'intera popolazione russa dentro i confini

Domenica 8 Maggio 2022
Oligarchi russi, ecco come evitano le sanzioni: Putin ne convocò 37 il giorno in cui lanciò l'invasione

La maggioranza degli oligarchi alla corte di Vladimir Putin ha trasferito da anni le sue ricchezze offshore, in paradisi fiscali come le Isole Vergini britanniche, le Bermuda, Cipro e altre giurisdizioni sicure, che offrono uno scudo anche contro le sanzioni imposte dall'Occidente per la guerra all'Ucraina. Lo zar ne convocò 37 il 24 febbraio, giorno in cui lanciò l'invasione, per spiegare che si trattava di una «misura necessaria» in previsione dell'arrivo delle sanzioni. Gli invitati sono sostenitori fedeli dell'economia di casa, di cui rappresentano le industrie chiave (gas e petrolio, banche, chimica, metallurgico), ma le loro fortune sono da tempo fuori del Paese: si stima che almeno 1.000 miliardi di dollari di ricchezza russa siano custoditi in compagnie offshore, una cifra pari a quella detenuta dall'intera popolazione russa dentro i confini. Putin ha predicato spesso contro questa prassi, evocando l'evasione fiscale e il riciclaggio di denaro, ma di fatto l'ha tollerata e ne avrebbe approfittato anche lui, secondo alcuni esperti.

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Le società offshore 

Degli oligarchi presenti al Cremlino in febbraio, tutti sanzionati dall'Occidente tranne due, oltre la metà ha legami diretti o attraverso famigliari stretti con società offshore che gestiscono transazioni (difficilmente tracciabili) per centinaia di milioni di dollari, facendo investimenti finanziari, concedendo prestiti e creando trust familiari, secondo un'analisi del Washington Post basata su documenti segreti contenuti nei Pandora Papers. Un modo non solo per evadere le tasse ma anche per proteggere i loro beni dalle inchieste, dalle autorità fiscali, dai tycoon rivali, dai predatori finanziari che si celano anche dentro lo Stato russo. E dalle sanzioni. Almeno 21 dei partecipanti o dei loro famigliari hanno holding alle isole Vergini Britanniche, a Cipro e in altri luoghi noti per la segretezza finanziaria e i vantaggi fiscali.

 

I paradisi fiscali 

Tra loro Vagit Alekperov, ex presidente di Lukoil, Andrey Akimov, presidente di Gazprombank, German Gref, capo della Sberbank. Dai Pandora paper emerge inoltre che gli oligarchi convocati al Cremlino hanno usato le loro compagnie offshore per un'ampia gamma di progetti e attività. Non mancano gli yacht, come quello da 600 milioni di dollari di Andrey Melnichenko, intestato ad una società registrata alle Bermuda. E i jet, come il Gulfstream G650 da 65 milioni di dollari di Leonid Mikhelson, detenuto da una compagnia dell'isola di Man, che è una filiale di un'altra sua compagnia a Panama. Capita anche che gli oligarchi sbarchino insieme negli stessi paradisi fiscali, aprendo società comuni. Usa e Gran Bretagna hanno cominciato ad avviare un giro di vite contro le 'shell company' ma per ora senza grandi risultati. «Il sistema finanziario offshore ha consentito a Putin e ai suoi sodali di proteggere la ricchezza che hanno rubato dal Paese senza leggi che hanno creato», ha accusato il deputato dem Tom Malinowski, autore di numerose proposte per rafforzare le leggi americane sugli investimenti. «Denunciamo la corruzione e gli abusi dei diritti umani in Russia ma abbiamo steso il tappeto rosso per gli amici di Putin che beneficiano di quella corruzione e di quegli abusi», ha aggiunto.

Ultimo aggiornamento: 9 Maggio, 00:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA