Stato Palestinese, quali sono i confini? «Validi quelli del 1967». Ma l’arretramento è impossibile. Ecco la mappa

I nuovi assetti causati dal naufragio delle trattative e dagli spostamenti delle comunità in Cisgiordania

Stato Palestinese, quali sono i confini? «Validi quelli del 1967». Ma l’arretramento è impossibile. Ecco la mappa
di Sara Miglionico
Giovedì 23 Maggio 2024, 06:47 - Ultimo agg. 08:28
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Già il riconoscimento dello Stato della Palestina è inaccettabile, per gli israeliani, dopo il 7 ottobre. Ancora di più lo è il riferimento ai confini del 1967, che ripete il mantra della diplomazia internazionale ma non corrisponde alla realtà viva. Se oggi qualcuno volesse davvero far valere, politicamente e militarmente, quei confini remoti, in pratica gli stessi del 1949 dopo la prima guerra arabo-israeliana, dovrebbe fare i conti con un mondo che è tutto diverso. Con Netanyahu, in Cisgiordania i “coloni” (termine che gli ebrei respingono) hanno superato i 13mila, oltre il picco di 12mila del 2020. Di fatto, i confini del 1967 lascerebbero fuori non solo Gaza, che l’esercito israeliano e gli ebrei hanno lasciato nel 2005, ma anche Gerusalemme Est, tutta la Cisgiordania, e a voler considerare i successivi guadagni di territorio del 1973, una vasta area delle alture del Golan che controllano le spianate siriane “infestate” dai pasdaran iraniani e dai loro proxy. Fu Barak Obama a fissare il principio che «i territori del ’67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e la Palestina».

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LE TAPPE
Con la vittoria nella Guerra d’indipendenza, il neonato Stato ebraico riuscì a conquistare un terzo dei territori che le Nazioni Unite avevano assegnato nella prevista partizione a quello della Palestina (mai nato). La Striscia di Gaza venne occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania, che spartì con Israele pure Gerusalemme, città internazionale secondo l’Onu. Ed è significativo, facendo un balzo in avanti di decenni, che ai tempi del negoziato Oslo II, settembre 1995, siano stati una cartina geografica e il disegno dei territori della Palestina a far infuriare la leadership palestinese. Ricorda il capo dei negoziatori israeliani, Uri Savir, che «Arafat scrutò la cartina in silenzio con sguardo carico d’odio, poi si alzò di scatto dalla sedia gridando che era un’umiliazione intollerabile: “Ma questi sono solo cantoni Voi pretendete che io accetti dei cantoni! Ma allora volete distruggermi!”». Eppure, anche le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’Onu intimavano a Israele di ritirarsi dai territori occupati nella guerra del 1967, compresa la Cisgiordania. Questa era divisa in tre zone: A, B e C. La A comprendeva le città più popolose, ma rappresentava solo il 3 per cento del territorio. La B aveva una densità di popolazione più bassa ma copriva un quarto di Cisgiordania. La C era quasi implicitamente annessa a Israele. Tirare le linee di confine e colorare i “cantoni”, cioè le sacche di presenza palestinese, e poi addomesticare le mappe cercando di offrire un’idea di giustizia nella partizione, si è rivelata un’impresa senza futuro.

LA SITUAZIONE
Ma è da lì che ripartono gli europei che riconoscono la Palestina. A questo si aggiunge il problema dei profughi palestinesi, milioni e milioni che tali sono considerati dal 1949 e assistiti dall’apposita agenzia dell’Onu, Unrwa, anche se ormai pienamente integrati per esempio in Giordania, Paese a maggioranza palestinese. E ci sono gli ebrei che non hanno mai cessato di creare o ambire a creare insediamenti nei territori occupati, e sono oggi sostenuti dal governo di Netanyahu alleato dell’estrema destra. La politica degli israeliani successiva alla débâcle di Oslo II (ossia al “no” palestinese) non ha mai preso in considerazione neppure lontanamente di negoziare in base ai confini del ’67, superati dalla storia e rispecchiati in cartine ammuffite. Il ritiro dal Sinai era dovuto alla firma della pace con l’Egitto. Quello da Gaza anche alla previsione della “bomba demografica” in Israele per via del tasso di fertilità della popolazione araba e palestinese. La cartina-groviera di Oslo II e Israele del ’67 sono del tutto incompatibili. È per questo che l’Italia, insieme ad altri Stati europei come Germania e Regno Unito, si è astenuta all’Onu sulla risoluzione per il riconoscimento della Palestina. Perché nessuna decisione multilaterale (o unilaterale) può risolvere la questione. Può farlo solo, se non un conflitto, una trattativa bilaterale che tenga conto della realtà patita sul terreno dai protagonisti di questa guerra infinita. Gli eterni nemici.

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