Usa, «Via l'atomica a Trump». E sull'impeachment primi sì dai repubblicani

Sabato 9 Gennaio 2021 di Anna Guaita
Usa, «Via l'atomica a Trump». E sull'impeachment primi sì dai repubblicani

Il ramoscello d'ulivo si è rinsecchito velocemente. Dopo il video di due minuti in cui condannava le violenze al Campidoglio e prometteva una «transizione dei poteri tranquilla e ordinata», Trump ieri è tornato alle minacce velate, non appena Twitter lo ha riammesso. Preoccupato delle manovre in corso che vorrebbero rimuoverlo dalla Casa Bianca prima della scadenza del suo mandato fra 11 giorni, Trump ha ricordato di avere avuto 75 milioni di voti, che i suoi elettori «avranno un peso gigantesco nel futuro» e che «non bisogna mancare loro di rispetto in nessun modo!». Il tweet è stato letto come un messaggio minatorio contro quei repubblicani che si sarebbero detti disposti a prendere in considerazione un nuovo impeachment contro di lui. La leadership del partito democratico ha fatto sapere che se il presidente non si dimetterà e non si assumerà personalmente responsabilità di quel che è successo il 6 gennaio, è pronta a presentare i capi di accusa lunedì prossimo con un unico vapo di accusa: incitazione all'insurrezione. Il senatore democratico Patrick Leahy ha spiegato: «Il presidente ha incitato la folla alla rivolta e ad azioni criminali, e come risultato ci sono stati dei morti. Un normale cittadino verrebbe arrestato e processato per simili comportamenti». Vari media americani hanno raccolto testimonianze in forma privata di deputati e senatori repubblicani che si sono detti aperti a votare l'impeachment «se i capi di accusa saranno ragionevoli». È anche trapelato che il leader del partito repubblicano alla Camera Kevin McCarthy, infuriato, aveva chiamato al telefono Trump mentre la folla invadeva il Campidoglio e gli aveva personalmente strillato di «richiamare i rivoltosi», di fatto riconoscendo che la violenza dipendeva dal presidente.

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I TEMPI
Il processo di impeachment dovrebbe essere tenuto a ritmo velocissimo, ma in realtà lo scopo reale dei democratici non è tanto di arrivare a rimuoverlo, ma di mettergli delle manette virtuali negli ultimi giorni di presidenza e impedirgli di fare altri danni: «C'è paura di lui, di quel che può fare, si vuole dissuaderlo da altre follie», sostiene il capo dei corrispondenti del Washington Post, Dan Balz. Difatti ieri la speaker Pelosi ha rivelato di aver contattato il capo degli Stati Maggiori Mark Milley per essere sicura che Trump non abbia accesso ai codici nucleari «e non possa iniziare ostilità militari e ordinare un attacco nucleare».


LE PREOCCUPAZIONI
Nancy Pelosi ha descritto a Milley un presidente oramai «instabile e squilibrato». Mentre l'esodo di consiglieri e ministri dalla Casa Bianca sembra non fermarsi, con le possibili dimissioni eccellenti anche della fedelissima consigliera Hope Hicks. Voci riferite dai media sostengono che i leader dei due partiti hanno avuto assicurazione invece che il segretario di Stato Mike Pompeo, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O'Brien e il segretario del Tesoro Steven Mnuchin resteranno fino alla fine, per tenere sotto controllo la macchina dello Stato, ma anche il presidente stesso. L'ipotesi di un ricorso all'Emendamento 25 sembra intanto sfumata. La rimozione per incapacità non ha ottenuto il sostegno del vicepresidente Mike Pence, il cui voto sarebbe indispensabile per portare i due terzi del Gabinetto a rimuovere il presidente. Il canale economico Cnbc aveva rivelato che Pompeo e Pence avevano discusso della possibilità di invocare l'Emendamento costituzionale, ma il vicepresidente ha puntato i piedi. Starà a lui il 20 gennaio fare gli onori di casa per l'insediamento di Joe Biden e Kamala Harris. Trump ha comunicato che lui non ci sarà. «È la prima decisione su cui siamo d'accordo» ha ironizzato Biden. Trump sarà il primo presidente dal 1869 a rifiutarsi di dare il proprio imprimatur alla cerimonia inaugurale del suo successore. Nel passato i riluttanti sono stati solo John Adams nel 1801 all'insediamento di Thomas Jefferson, John Quincy Adams nel 1829 a quello di Andrew Jackson e Andrew Johnson nel 1869 all'insediamento di Ulysses Grant. Ma se la storia è maestra, Trump avrà di che rammaricarsi: ogni volta che un presidente uscente si è assentato, il suo successore ha avuto un grande successo alla guida del Paese ed è stato rieletto una seconda volta.

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Ultimo aggiornamento: 19:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA