Vaccini e no vax, quando non esistevano i social e la piazza stava con la scienza

Mercoledì 28 Luglio 2021 di Fabrizio Coscia
Vaccini e no vax, quando non esistevano i social e la piazza stava con la scienza

C'è una foto che si aggira sui social in queste ultime ore: l'immagine in bianco e nero di una protesta a piazza Municipio, nel 1973, anno dell'epidemia di colera a Napoli, con uomini e donne che invocano sotto la sede del Comune il loro diritto a vaccinarsi (in primo piano un cartello con su scritto: «Vogliamo il vaccino»), poiché il contagio aumentava e le fiale scarseggiavano. Quasi cinquant'anni dopo una manifestazione di segno opposto ha sfilato da piazza Dante alla stessa piazza Municipio per reclamare il diritto a non vaccinarsi. Eppure all'epoca i morti per il colera a Napoli furono 15 contro i 7.580 del Covid in Campania, e nel resto d'Italia 9 contro gli attuali 120.420. Una disparità di numeri impressionante, che non ha impedito però una risposta al vaccino tanto diversificata e conflittuale. E dunque, chi sono i no-vax che hanno sfilato contro il Green Pass? Non c'era solo la parte più politicizzata del movimento (da Casa Pound a Fratelli d'Italia e Lega), ma soprattutto gente comune, famiglie con figli piccoli al seguito, e pochi slogan e bandiere, pochi striscioni (uno, in particolare, «Meglio morire da liberi che vivere da schiavi», mi ha fatto venire in mente la geniale rivendicazione di Massimo Troisi ai «cinquanta giorni da orsacchiotto»). 

Guardando le foto di ieri e il corteo di oggi, viene da chiedersi allora che cosa sia successo in questo mezzo secolo che ha cambiato in maniera così radicale il rapporto tra i cittadini e l'informazione, tra i cittadini e la scienza. Per rispondere a questa domanda bisogna sgombrare prima il campo da un equivoco: qui non si discute la libertà di scelta, ma un'etica di comportamento; non il singolo cittadino che ha rifiutato il vaccino, ma l'antivaccinismo come visione del mondo, il complottismo, la strumentalizzazione del revisionismo pandemico appoggiata anche dal complesso di superiorità di certa intellettualità supponente.

Detto questo, bisogna partire da più lontano: il crollo della fiducia verso la scienza è solo la conseguenza di un crollo più generalizzato dovuto al fenomeno della disintermediazione, che con i social network ha travolto politica, giornalismo, scuola, economia e la stessa scienza, naturalmente, producendo una orizzontalità di relazioni che ha polverizzato qualsiasi principio di autorevolezza. Oggi tutti sono esperti di tutto, tutti commentano tutto, e qualunque opinione vale quanto un'altra, a prescindere da dove provenga. Si sente ripetere spesso, ad esempio, che i vaccini anti-Covid sarebbero sperimentali, trascurando il lavoro di anni compiuto da ricercatori e scienziati sulla tecnologia a RNA messaggero e gli studi passati sui coronavirus umani correlati al Sars-CoV-2 (e sorvolando sul fatto che in ogni caso tutta la scienza moderna, da Galilei a oggi, è «sperimentale»). 

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Ora, la questione non è tanto decidere se questa democratizzazione plebiscitaria sia cosa buona e giusta o un danno irrimediabile, ma piuttosto avere consapevolezza che essa presenta un'altra faccia della medaglia, ovvero l'esposizione ignara a quel «capitalismo della sorveglianza» digitale da cui da anni ormai Shoshana Zuboff, la massima esperta di rivoluzione digitale, ci sta mettendo in guardia: la dittatura del like, infatti, fa facili proseliti con le fake news, lo sappiamo, ed è capace di manipolare e mobilitare le masse.

Guardando i cortei dei no-vax bisognerebbe capire allora quale vuoto sta occupando il più o meno latente sovversivismo di un ceto medio sempre più confuso, disorientato, ma anche sempre più arrogante e aggressivo. Contestare il Green Pass invocando i diritti della costituzione denota, per lo più, ignoranza della stessa costituzione, che all'articolo 32 sancisce a chiare lettere: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività». Ma quel vuoto a cui accennavo sopra ha a che fare proprio col concetto di collettività. Che cosa invocano, infatti, i no-vax se non una libertà individuale a danno e detrimento dell'«interesse della collettività»? La parola «communitas» in latino deriva da «cum-munus», dove «munus» ha tre significati diversi: un «dovere» da compiere, un «debito» da pagare e un «dono» da dare. Ciò vuol dire che i soggetti di una comunità sono uniti da un obbligo che limita necessariamente la loro libertà individuale e li rende in qualche modo dipendenti dagli altri. La pandemia ci ha rivelato, dunque, soprattutto questa urgenza di natura politica: piuttosto che prefigurare scenari dispotici ci invita a ripensare la nostra percezione di comunità, a riflettere fino in fondo su quel prefisso «cum», che incide la relazione tra i cittadini, e su quel «munus» - dovere, debito o dono da dare - che ci lega al nostro prossimo soprattutto nell'obbligo e nella rinuncia. 

Ultimo aggiornamento: 18:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA