Maradona re di Napoli: non solo calcio, le promesse (politiche) che Diego ha mantenuto

Venerdì 27 Novembre 2020 di Anna Trieste

In queste ore di lacrime e lai, da più parti, purtroppo anche napoletane, si avverte la necessità di tenere ben distinte le due metà della figura maradoniana: quella umana e quella calcistica. Il valore della seconda sarebbe indiscutibile, sulla cifra della prima, invece, sarebbe meglio non discutere. In questa necessità, che appare per molti precondizione fondamentale per poter celebrare pubblicamente D10S senza vergogna e troppi sensi di colpa, si ravvisano due errori pregiudiziali. 

Il primo: voler ridurre la figura di Maradona che invece è multisfaccettata e prismatica a sole due facce. Il secondo: voler sottintendere che soltanto come calciatore Maradona meriterebbe di essere celebrato. Alla base di entrambi gli «incidenti», la medesima colpa: l'ignoranza. E se nel primo caso si tratta di un'ignoranza generica, verso la quale, insomma, si può usare la cortesia dell'indulgenza, nel secondo caso di tratta di ignoranza storica. E per questa invece non c'è redenzione al di fuori della riparazione mediante studio e conoscenza. Da un punto di vista umano, infatti, Diego è stato perfettamente all'altezza di Maradona.

Come lui, infatti, Diego più volte è stato colpito e picchiato e più volte si è rialzato da solo, senza mai puntare il dito. E, esattamente come Maradona in campo, anche fuori dal terreno di gioco Diego è stato perfetto. Soprattutto come leader politico. 

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E siccome, come ebbe a dire una volta Antonio Bassolino, essere sindaco a Napoli è come essere capo di Stato, assumendo egli volutamente il ruolo di leader politico in una città che, caso unico in Italia, si identifica totalmente nella propria squadra di calcio, Diego è riuscito laddove molti politici di mestiere eletti e retribuiti per questo hanno invece miseramente fallito: riportare Napoli al suo rango di capitale internazionale. Cosa che grazie a lui perdura ancora oggi visto che sulle tv e i giornali di tutto il mondo il nome di Napoli, e non quello dell'Italia, viene accostato all'altra nazione in cui D10S ha regnato, l'Argentina. Per farlo, Diego ha sfruttato efficacemente tutte le armi politiche e oratorie di cui disponeva: dopo aver compreso immediatamente, con i cori razzisti della prima trasferta a Verona, le istanze di rivincita e di rispetto dei napoletani dentro e fuori gli stadi italiani, se ne è fatto carico e gli ha dato voce. Non dagli scranni elitari di un parlamento o dal pulpito intimo di un convegno in un albergo ma da un palcoscenico ben più illuminato, con una platea ben più ampia e popolare, quella delle interviste post gara nei tg e nei programmi calcistici.

 

Quando Diego qui ai microfoni diceva che vinceva per vendicare il razzismo subito dai napoletani, Diego definiva un manifesto politico. Cui dopo anni anche il sistema calcio italiano si sarebbe «arreso» e «adeguato» rassegnandosi a non considerare più come «goliardia» ma come illeciti degni di sanzione sportiva i cori di «discriminazione territoriale». A differenza di molti politici, insomma, Diego ha mantenuto le promesse. E senza che nessuno gli abbia mai chiesto di farlo. Diego era tenuto da contratto a essere Maradona, non l'eroe della rinascita di una città distrutta economicamente e socialmente dalla devastazione e ricostruzione post-sismica. Quello ha deciso di farlo da solo. Ed è anche e soprattutto per questo, forse, che Napoli non gli dirà mai abbastanza grazie. Mai.

 

Ultimo aggiornamento: 15:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA