Maradona e Pino Daniele, amici geniali di Napoli: «Noi due, i ribelli del Sud»

Venerdì 27 Novembre 2020 di Federico Vacalebre

C’è una Napoli dPD, dopo Pino Daniele. E c’è una Napoli dM, dopo Maradona. Senza il Nero a Metà e senza D10s, la città porosa, la città afona, la città che consuma con lacrime il suo melodramma, si ritrova ad unire le due icone in un abbraccio laico. Chi c’era, in quella festa a casa di Ciro Ferrara nell’ormai lontano 1990, non la dimenticherà mai. Pino che suonava per Diego che, appoggiato allo stipite di una porta, non si univa al coro di «Je so pazzo», ma teneva il tempo, leggero come forse raramente gli sarà capitato dopo. Quasi timido, quasi quanto il cantautore.

La notte della festa per il primo scudetto, quello del 1987, i due non si erano incontrati: «Pino era allo stadio, “Io c’ho una piccola cosa da dire”, esordì, prima di attaccare una delicatissima “’O sole mio” e dire “Non è solo una vittoria sportiva, ma la vittoria di un popolo e di un Sud che si fa valere”, parlando davvero a nome di tutta la nazione partenopea», racconta Nello Daniele, fratello del cantautore e all’epoca anima del tifo organizzato partenopeo. Così quella sera del 1990, l’anno del secondo scudetto e della Supercoppa, i due si trovarono per la prima volta faccia a faccia. 

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«Era anche la prima volta che mio fratello, dopo l’intervento al cuore, impugnava una chitarra, o quasi, almeno in pubblico, e quello era pubblico scelto davvero», continua Nello, cantautore anche lui: «Eravamo in via Scipione Capece, Ciro abitava sopra, Maradona sotto. Arrivammo in auto, guidavo io, feci anche una trasgressione, percorsi un senso unico per non fare tardi. Pino conosceva già Ferrara, Corradini, Francini e Mauro che venivano ai concerti e avevano raccontato a Diego chi fosse quel Nero a Metà che aveva ridato a Napoli una canzone e una dignità. Diego aveva scoperto le sue canzoni, voleva incontrarlo, non era mai riuscito a raggiungerlo a Formia, come pure si era già ripromesso. Ora eccoli l’uno di fronte all’altro. Dopo cena io suonai con Pino - “Apucundria” - e non l’avevo mai fatto prima. Careca si mise alle percussioni, Corradini alla chitarra, un vero e proprio concerto, una ventina di pezzi, un’atmosfera magica».

 

C’era tutto il Napoli del ‘90, o quasi, poi i due protagonisti della serata si appartarono per una mezzoretta a chiacchierare. El Pibe chiese al Lazzaro davvero Felice chi fosse quel Masaniello di cui parlava in «Je so’ pazzo». «Un capopolo», gli spiegò il suo nuovo amico, «e tu sei un capopolo». Ma il campione: «No, no, il vero Masaniello sei tu, mi hanno detto chi sei, cosa canti, cosa significhi per Napoli e il suo riscatto». Alla fine trovarono un accordo: «Siamo due ribelli del Sud», stabilirono brindando a Napoli, al Napoli, alle vene aperte dell’America Latina.

Si erano annusati, piaciuti, capiti al volo, figli dello stesso Sud del mondo. Qualche mese dopo si rividero a casa di Massimo Mauro, alla fenestrella di Marechiaro. «C’era un vero e proprio palchetto nel giardino», ricorda ancora Nello, «mio fratello portò la sua band del periodo, stavolta non c’è nessun filmato a documentarlo, i telefonini non esistevano. Con la squadra, o almeno una parte di essa, e con Loredana Berté, e con Borg, festeggiammo poi il Capodanno al Miramare di Formia, ma senza Maradona. A Formia lui venne una volta sola, e c’era anche Troisi: si bloccò il litorale sino a Gaeta. Dovette scappare».

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Pino & Diego, dicevamo. Nel 1993, in un album vendutissimo come «Che dio ti benedica», il Mascalzone Latino chiamò una prima volta in causa il campionissimo in «Un angelo vero», storia di un cherubino nel cielo sopra il Vomero, di una «città che non mantiene mai le sue promesse/ città fatta di inciuci e di fotografia/ di Maradona e di Sofia», due icone perfette per dire la sua città «tra l’inferno e il cielo», la veracità e lo stereotipo, l’internazionalismo solidale e il fascino di un passato che a volte diventa tappo a schiacciare ogni anelito di novità. 

Nel 2004, in «Passi d’autore», un disco neomadrigalista, la dedica definitiva di «Tango della buena suerte»: «Lui è un mago con il pallone/ io l’ho visto alzarsi da terra/ e tirare in porta./ Soffia il vento d’Argentina/ davanti agli occhi spalancati/ e pieni di grande speranza/ e al momento giusto/ suona il tango per magia. / Lui è l’uomo giusto/ che ci può far vincere». L’uomo che ci fece vincere. 

 

Pino & Diego, Diego & Pino. Prima del 1987 l’ultima vera grande festa collettiva, comune alle due Napoli, quella bene e quella scamazzata, quella di destra e quella di sinistra, era stata quella in piazza del Plebiscito del 19 settembre 1981, la notte delle stelle del neapolitan power, il concertone mitico di Daniele e del suo supergruppo.

Uniti nella consapevolezza che il tango è un pensiero triste che si balla, il poeta con la chitarra e il poeta con il pallone parlavano la lingua dei diseredati della terra che hanno conquistato il diritto alla parola. Dei senza voce che hanno fatto da megafono al loro popolo. Pino più consapevole dell’amico che «la partita più importante/ è da giocare con la vita», ma tradito anche lui dalla vita troppo presto ed ora al centro della nuova oleografia verace che sta riscrivendo la geografia sentimentale della città. Murale chiama murale, Pino e Diego sono già insieme in vicoli e periferie, presepi e street art, magari vicino agli altri protettori laici della città che nemmeno San Gennaro riesce a salvare: Massimo Troisi, Totò, Eduardo De Filippo.

Pino & Diego forse davvero «capopolo», Masanielli tornati per dire che bisognava fare le cose a modo loro, o, quantomeno, non scassargli il c... Pino & Diego, che ci mancano, quanto ci mancano, con l’assenza che diventa sempre più assedio, un assedio amplificato dalla clausura. Perché una finta di Maradona squaglia ‘o sanghe dint’’e vvene e una canzone di Daniele pure. Una canzone? Come quale? «Napule è». Già, perché Napule è Pino & Diego, Diego & Pino.

 

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