Carmine, il mago delle granite: ​«In strada racconto il mestiere di vivere»

Lunedì 5 Agosto 2019 di Maria Pirro
Quest'uomo ha una storia che commuove. Eccola. Vende granite in via Tribunali, all'angolo con la pizzeria Di Matteo, e parla con un gesto, uno sguardo, un desiderio trattenuto. La sua anima ti resta appiccicata addosso come lo zucchero dell'acqua e limone che prepara a casa, ogni sera, al ritorno dal mercato di Sant'Antonio Abate: versa tutto in una bottiglia di due litri e poi, al mattino, svuota il contenuto nel pentolone poggiato sul banchetto con le ruote, e gira, gira.
 
Gira il bordo arancione con quelle mani piccole e gonfie e un po' callose. All'anulare non porta la fede ma è sposato dall'età di sedici anni. Oggi ne ha 63 da poco compiuti, il 13 luglio, associati a un fine pena mai, la memoria di un turbolento passato. «Potrei chiedere la riabilitazione per buona condotta, sono trascorsi quasi 40 anni», sospira. A 14 e un giorno Carmine Calise è finito in carcere, nell'allora istituto minorile Filangieri. E, più tardi, è stato portato a Santa Maria Capua Vetere, ed è stato preso altre volte e trasferito a Pesaro e a Reggio Emilia. «La seconda detenzione è stata più dura, perché mia moglie era già incinta», sussurra. Sposa e mamma bambina, lei. Marito imperfetto, sul nascere, lui. «All'inizio, i suoi genitori non volevano perché avevano raccolto informazioni su di me», sorride, pensando al seguito. E si scioglie come il ghiaccio con il sale che aggiunge nel carrello.

«Mi chiamavo Carmine o suricillo, proprio così: il topolino, perché ero piccolo di statura, non arrivavo nemmeno all'altezza del bancone dell'Upim. Nel grande magazzino, da sotto, alzavo il braccio (ripete il movimento) per rubare qualche maglietta, qualche pantalone». O suricillo è anche il ladro in napoletano, ma qui coniugato al passato remoto. «Per amore, recuperai un furgone: senza assicurazione e senza patente, mi misi a raccogliere i cartoni in strada, da rivendere, prima che facesse questo l'Asìa (che lui chiama Àsia). E i miei suoceri mi portarono in cielo, ero diventato il genero migliore: apprezzavano che andassi a lavorare onestamente e tanto umilmente, nella notte, per non farmi vedere dagli amici». Carmine ha venduto anche il cocco poggiato su una macchina, urlando il prezzo (ancora in lire) al microfono. E la grattachecca, E le cozze, sempre nel centro storico. «Ne acquistavo 50 chili alla volta da un pescatore a Pozzuoli», ricorda, spiegando di aver fatto pure il meccanico, fino allo sfratto dell'officina dal palazzo non lontano dalle Sette Opere della Misericordia di Caravaggio trasformato in hotel. «Per questo, ai ragazzi della strada dico che non c'è un percorso obbligato: si trova sempre un'alternativa alla delinquenza».

Come venditore ambulante, nel caso suo. La sua eredità: «Ho costruito un banchetto anche per mio figlio, con l'intenzione di scacciare cattivi pensieri». Calise jr oggi vende hot-dog, e ha chiamato il suo bambino come il padre e ha tatuato quel nome tanto importante sull'avambraccio.
La famiglia è tutto, gioia e sacrificio, tenerezza e malattia, pace. «A me basta poco per essere felice: basta comprare due lupini al mercato, il sabato per la domenica, e se tutto manca chiedo ai vicini un pomodoro per preparare il sugo ai nipotini». Un'impresa incredibile è come il 63enne sia riuscito a superare l'esame di terza media dopo gli anta. «Tentai perché la licenza era necessaria per iscriversi al collocamento, anche se non mi hanno mai chiamato da allora per una proposta di impiego». Prima prova: «Mi presentai all'alba emozionato, ma consegnai il foglio in bianco perché non sapevo né leggere né scrivere. Alla seconda prova già demoralizzato arrivai tardi e non mi fecero entrare: piangevo come un bambino, per essere riammesso, portai un certificato medico dell'ospedale che consegnai in segreteria e lì incrociai la preside..». All'orale gli chiesero come si prepara una granita e tante altre cose legate al mestiere del vivere: «Promosso sul campo», per necessità e ostinazione.

E, d'inverno, i limoni premuti diventano castagne arrostite, ma tra il freddo e la bella stagione Carmine resta mesi senza far nulla, deve resistere. Per questo, non ha la fede al dito. «Me l'avevano regalata i figli in occasione dei 40 anni di matrimonio: l'ho dovuta vendere», si morde il labbro chiuso come un pugno. Ha iniziato a parlare, senza nemmeno accorgersene, della memoria dell'amore, del passato e insieme del presente, affrancato dall'ordine del tempo, in uno spazio aperto. Nella sua via Tribunali.

  Ultimo aggiornamento: 14:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA