Caos cantieri a Napoli, due anni per spostare un cavo

Giovedì 26 Settembre 2019 di Paolo Barbuto
«Vede via Acton? Avrebbe potuto essere già completamente libera da cantieri se non avessimo dovuto aspettare, per due anni, lo spostamento di un cavo elettrico». L'ingegnere De Risi è direttore tecnico di Metropolitana di Napoli Spa: era a piazza Medaglie d'Oro quando nel 1976 venne posata la prima pietra, ha percorso tutti i cantieri per 43 anni e adesso che è alla soglia dei 70 è diventato la vera e unica memoria storica della nascita e dello sviluppo della struttura.
 
S'incupisce quando sente che il tema della giornata è un approfondimento sui ritardi dei cantieri: per parlare ha lasciato una riunione con lo staff dell'architetto Àlvaro Siza con il quale si sta decidendo la porzione finale dell'allestimento archeologico di piazza Municipio, sperava di raccontare le meraviglie della metro, è costretto a raccontarne i disagi, perciò parla dei cavi: «Su via Acton potevamo avanzare a passo spedito, però c'era quel cavo di Terna che andava spostato. Nessuna possibilità di convogliare l'energia su un altro percorso perché era fuori servizio, così siamo stati costretti ad aspettare. Ovviamente non si tratta di un semplice filo elettrico, è un cavo a olio fluido che consente di far passare l'alta tensione in ambito urbano senza generare problemi. Però siamo rimasti in attesa per troppo tempo. Ecco spiegato come si accumulano i ritardi in un cantiere».

L'altro giorno il presidente di Metropolitana, Ennio Cascetta, ha chiarito che il mondo di cavi e tubature sotterranee della città di Napoli è un caos, non si riesce a sapere in anticipo qual che c'è nelle viscere della città, così si avanza a tentoni e si risolvono i problemi man mano che si presentano.

L'ingegnere sorride, spiega che non è sempre così drammatica la situazione, ripesca nel passato eventi che rischiavano d'essere tragici come quella volta in cui venne centrato in pieno un collettore fognario durante gli scavi per raggiungere Salvator Rosa: «un capocantiere bravissimo riuscì a tamponare la falla - ricorda con emozione - poi fummo costretti a fermarci e ad attendere lo spostamento di quel collettore che non era stato segnalato».

Sono i ritrovamenti ad aver messo in crisi ogni cronoprogramma della Metropolitana di Napoli. Finché s'è trattato di perforare la zona collinare, fino a piazza Dante, le cose sono andate abbastanza bene, quando gli operai e le talpe che scavano i tunnel sono piombati nella parte della Napoli antica, allora sono cominciati i ritrovamenti a ripetizione. Il cantiere Municipio è un esempio, poi c'è quello di piazza Nicola Amore. Ma è possibile che nessuno avesse previsto la possibilità di intercettare questo bendiddio di archeologia? L'ingegnere De Risi sorride amaro: «Pensi che avevamo pensato di realizzare tutto al di fuori delle antiche mura proprio per evitare questi problemi. Dove oggi c'è piazza Nicola Amore nell'antichità c'era la spiaggia, come potevamo immaginare che su quella spiaggia era stato costruito il tempio dei Giochi Isolimpici? E qui, a piazza Municipio, c'era il porto: pensavano di incontrare fango dei fondali, abbiamo riscoperto il porto antico, le navi romane».

Oltre all'archeologia c'è anche il fronte della società civile che protesta e della Soprintendenza con la quale va valutata ogni singola operazione, in particolare quelle che si realizzano in ambito archeologico: «La vicenda delle grate al Plebiscito è il simbolo delle difficoltà che s'incontrano quando ci si trova di fronte alle polemiche», sorride e non va oltre.

Poi guarda il Maschio Angioino che sovrasta il cantiere: «Bisognava creare una piccola apertura per poter guardare il castello dall'interno del percorso, non immagina quanto è stato difficile». Ultimo aggiornamento: 13:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA