Napoli, effetto Covid sul caffè: la tazzina costa un euro

Giovedì 20 Gennaio 2022 di Gennaro Di Biase
Napoli, effetto Covid sul caffè: la tazzina costa un euro

Non meno di un euro al banco, costi anche più che duplicati al tavolo interno e spesso senza scontrino: eccoci nel mondo del caffè partenopeo. Sono finiti i tempi in cui una “tazzulella” di oro nero in città costava tra i 60 e gli 80 centesimi. Il caffè aumenta anche a Napoli. Prezzo fisso un euro, in sostanza, in 9 degli 11 bar testati ieri dal Mattino in diversi quartieri della città, dall’Arenella al Vomero, dal centro storico a piazza Trieste e Trento. L’unica eccezione è risultata essere la Sanità, dove, in due esercizi su due, un caffè al banco è costato 90 centesimi (una volta con scontrino e una volta senza). Va detto che in altre città i prezzi dell’oro nero sono cresciuti più che a Napoli, ma in ogni caso le cause del caro prezzi sono più che concrete: aumento dei costi dell’energia e dei trasporti (questi ultimi causa Covid), la crisi economico-pandemica, senza dimenticare le speculazioni dei “crudisti”, cioè dei trader di oro nero allo stato grezzo. 

In zona collinare, tra Colli Aminei, Vomero e Arenella, solo un bar su tre ci fa lo scontrino. Per il resto, il prezzo è fisso, e la moneta da un euro viene incassata senza dare resto. Alla fine del tour saranno 4 i baristi furbetti della ricevuta fiscale. Per la serie: l’oro nero al nero. A proposito di norme, solo in due degli 11 bar visitati ci è stato chiesto di mostrare il certificato verde, che sarebbe obbligatorio per la consumazione. Il caffè, insomma, spesso si sottrae alle regole. Al banco costa un euro anche in zona Palazzo San Giacomo o in via Medina. Se il costo non varia a seconda del quartiere, più il bar è centrale, più aumentano le probabilità che venga emesso lo scontrino. Il prestigio dell’esercizio non è, in sintesi, un fattore di sconto: in questo senso, sono da apprezzare il Caffè del Professore e il Rosati in piazza Trieste e Trento, che vendono il caffè a un euro (discorso diverso va fatto per locali storici, come il Gambrinus, che serve l’oro nero a 1,20 centesimi, ma che fa della qualità e dell’elevato target di riferimento una missione). L’evasione fiscale, invece, cala sensibilmente in caso di consumazione al tavolo, sia all’esterno che all’interno. Il problema, in questo senso, diventano i costi, che lievitano. Quasi impossibile sedersi per meno di due euro (che molto spesso diventano 3). In un esercizio di via Toledo, per esempio, una tazzina al tavolo interno ci costa 2 euro e 20 centesimi, con scontrino emesso solo su esplicita richiesta. I costi del servizio, insomma, si fanno sentire. L’unica zona a resistere sotto la soglia della moneta da un euro, dicevamo, è la Sanità. In due bar su due qui paghiamo 90 centesimi. Al banco. Per un Ginseng al tavolo esterno, in centro storico, si possono pagare anche 3.50 euro.

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Più di un imprenditore a Napoli confida - sottovoce - di sperare in un aumento fino a 1,50 centesimi per una tazzina al banco. Ma quanto costa un caffè al barista? La risposta è interessante, e svela che a crescere sono per lo più le spese accessorie. «Siamo intorno al costo di 15 centesimi per una tazzina di qualità di caffè media, comunemente apprezzata e venduta a Napoli - spiega un noto imprenditore del settore - Il prezzo all’origine è molto basso, ma da questa cifra, ovviamente, vanno tolti i costi di gestione, dell’energia e dei dipendenti. Difficilmente viene indicata precisamente la provenienza del caffè, in modo tale che il torrefattore possa gestire i prezzi di anno in anno. Di sicuro, in questo periodo i costi del caffè crudo all’origine sono aumentati. Non è tanto questo aumento a preoccupare, però, quanto l’aumento della corrente, che alimenta ogni macchina per l’espresso, e che ci fa costare ogni caffè quasi il 50% in più di energia. Il mercato dell’oro nero è instabile: è difficile anche sapere da un torrefattore quale sia il prezzo. Le aziende che fanno trading di caffè speculano sui contadini, che non se la passano bene». Insomma, come spesso capita, sono i distributori e gli intermediari a speculare. Al quadro, ovviamente, va aggiunto il Covid, che ha rivoluzionato i consumi e alzato, di fatto, il costo della vita. 

A confermare queste ipotesi è anche Massimo Di Porzio, presidente di Fipe Campania: «Gli incrementi dei costi delle materie prime e dell’energia sono sotto gli occhi di tutti - sospira - Si tratta di un effetto domino: sono cresciuti il costo del carburante e i prezzi della logistica. Solo l’energia è cresciuta del 40%. Dieci centesimi in più, spesso, aiutano non poco a mantenere i dipendenti in regola. Quello del caffè è un mercato fragile, poco concorrenziale e con un margine di guadagno minimo, in cui il prezzo varia e si standardizza velocemente. Ecco perché i rincari hanno poco a che fare con il nome e il prestigio dell’esercizio». «Qui caffè al prezzo pre-Covid», si legge nel bar Rosati di piazza Trieste e Trento. «Un euro è un prezzo giusto per il caffè a mio modo di vedere - dice il titolare Massimiliano Rosati, socio anche del vicinissimo Gambrinus - L’aumento dell’energia e la crisi economica portata dalla pandemia hanno indotto il mercato napoletano a standardizzarsi su questa cifra. È un lieve aumento, ma ci può stare». «Il caffè a Napoli è un totem - chiosa Antonio Sergio, storico socio del Gambrinus - Qui vale la regola “Cbc”: “Caffè bene comune”». 

Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 07:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA